Il pensiero a riposo - Massimo Dei Cas

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BENE E MALE

Il male non è una realtà a sé stante, ma neppure la semplice somma di tutti i comportamenti malvagi. In questo senso il singolare "il male" è, insieme, fuorviante e necessario.

Il bene di desta a luce fatta. Il male è insonne.

Opera del malvagio è fare il male, opera del maligno è fare il male ed insieme rendere l'uomo meritevole del male che riceve.

Il bene conosce una sola lingua, quella della verità; il male le conosce tutte.

Si misura la prepotenza del male dal timore che incute. E si misura questo timore dal tabù linguistico che ci vieta di nominarlo. Così nelle più tragiche manifestazioni del male molto raramente sentiamo parlare di malvagità, molto spesso, invece, di follia. Che è tutt'altra cosa.

Il male non è affatto banale, ma si alimenta della banalità del bene (e della sua dabbenaggine).

La malvagità di soprusi ed angherie non si misura dalla loro dimensione, ma dalla loro gratuità.

Mostruoso non è il male che si mostra, ma che il male si mostri come spettacolo e con ciò si imponga nell'ordine delle cose possibili, quindi in qualche modo legittime. Del resto, il linguaggio non sa troppo nascondere, e si dice "Anche questo ci può stare".

Bene e male hanno ottenuto un sostantivo, quindi si possono dire al singolare. Agli uomini questo piace perché è come se nascondesse ogni singolo contributo dentro una monolitica quanto enigmatica realtà.

La complicità di cui si alimenta il male non è solo complicità nel fare il male, ma anche complicità nel considerare naturale che il male, almeno entro una certa misura, ci sia in tutti e complicità nel considerare arrogante o disadattato chi non può o non vuole rassegnarsi a questo.

L'asimmetria fra bene e male è evidente anche da questo: la malgagità viene facilmente mascherata ed occultata da qualche sapiente e strategico tocco di bene, mentre la bontà soffre quasi mortalmente da qualche caduta nel male. La luce occasionale di qualche gesto di bontà dissipa le tenebre della malvagità (e la rende invisibile, ma non meno pericolosa); la macchia occasionale deturpa irrimediabilmente la veste deel buono.

Bisognerebbe smettere di agire in nome del bene e assumersi la fatica di agire nel pensiero del bene.

Possiamo immaginare o assumere per fede quale sia il vertice del bene, non dove giungano gli abissi del male.

Il male predilige le migliori cause.

Per chi crede nell'esistenza di qualcosa come la morale l'incubo non è il dilagare dell'immoralità, realtà di ogni epoca, ma lo strisciante sopore dell'amoralità.

La retta nozione del bene e del male è solo metà della coscienza morale: l'altra metà consiste nel sapere e volere applicare a sé questa nozione.

Il male si alimenta dello sguardo che sa attrarre, mentre il bene non sa redimersi dalla colpa di essere spesso stucchevole.

La sproporzione fra bene e male si intuisce anche osservando che sentiamo più spesso il bisogno di giustificare il bene che facciamo, piuttosto che il male.

I mass-media mettono in scena una convizione tanto diffusa quanto poco consapevole: la rappresentazione del bene vale quanto il bene stesso.

Potente è la capacità mimetica del male, affidata non al nascondimento, ma alla quotidianità ed all'ovvietà.

Di un buono si sospetta, ci si aspetta, si auspica inconfessabilmente la caduta; mi un malvagio si sospetta, ci si aspetta, si auspica la redenzione finale.

Molto più realistica della distinzione fra buoni e cattivi è quella fra coloro che possono concepire l'idea di una uguaglianza di valore fra gli uomini e quelli che non la prendono sul serio. Solo per i primi si apre lo spiraglio del bene.

Ci sono persone talmente malvagie che non si riesce neppure ad immaginare che possano essere giudicate.

La dabbenaggine del bene subisce le più diverse forme dell'inganno dal male, che ha facile gioco simulando e dissimulando.

Il male vive di complicità, il bene di solitudine.

L'ignavia della ragione è uno dei più potenti ostacoli nella ricerca del bene.

Il sentimento della propria impotenza di fronte alla complessità dei meccanismi che producono il male è un potente narcotico della coscienza morale.

Minimizzare il male è massimizzare i suoi effetti.

Il male non è banale, ma molto spesso è banalizzato.

L'etica è stata dovere, ma è diventata oggi ridondanza, raro pregio, perfino vezzo.

L'armonia perfetta di un mondo amorale sarebbe realizzata dalla netta divisione dell'umanità in due: prepotenti e remissivi. Armonia che assicurerebbe a ciascuno la sua felicità. La presenza del terzo incomodo, cioè di persone né prepotenti né remissive, rovina questo quadro ed apre uno spazio al conflitto ed all'etica.

Sempre più impervia è la via del bene perché se un tempo all'etica bastavano poche semplici conoscenze, oggi per essere all'altezza del bene si richiede la conoscenza complessa dei sempre più complessi e molteplici risvolti di ogni singola azione, che alimenta, anche se impercettibilmente, i grandi flussi del bene e del male.

Male non fare, paura non avere: questo è il beffardo motto del malvagio incallito, cioè di chi non ha paura (nel fare il male).

Il male non lotta contro il bene perché non ne ha bisogno (lo lusinga, lo blandisce, lo conquista con la seduzione della complicità); il bene non lotta contro il male perché non ne ha consapevolezza. Sicuramente nelle dimore del bene il male è di casa.

Una persona dabbene è convinta che un buon sentimento illumini a giorno la notte della condizione umana; per questo è così pericolosa (per la condizione umana, non per se stessa).

Il male si autoleggittima per la sua capillarità.

La malvagità del male (cioè la sua essenza) è il suo fascino, cioè la sua spettacolarità: nel senso proprio della parola, si impone come "spectaculum", ciò che più attrae lo sguardo.

Puoi riuscire ad immaginare le vette del bene, non gli abissi del male.

Che il male sia evidente ed il bene un enigma è una delle convinzioni forti di tanta parte della cultura contemporanea. In realtà se il male fosse davvero evidente questo sarebbe già un enorme bene per l'umanità contemporanea.

Si pensa che i malvagi non muoiano mai; infatti nessuno quando muore è tale.

Tema: "Il mondo sarebbe migliore se io..." Lo svolgimento stereotipato suona più o meno così: "Se io fossi più disponibile, attento ai bisogni degli altri, mi aprissi agli altri, donassi loro tempo ed energie,...". Come criticare tanti buoni sentimenti? Bisognerebbe però sperare che a qualcuno venisse in mente di aggiungere: "Se io mi opponessi energicamente ad ogni piccolo sopruso, angheria, prepotenza, mi tocchi o non mi tocchi direttamente."

L'enigmatica natura di bene e male è da sempre una delle cose che più colpiscono la riflessione dei filosofi, soprattutto perché rampollano l'uno dall'altro in modi che spesso disorientano. In nome del bene si possono fare le cose più malvagie, ma anche dalle cose più malvagie possono venire cose buone (non ci sarebbero chirurghi senza sadismo, beninteso sublimato, ma perché possa essere sublimato il sadismo deve pur esistere). Tutto questo però non legittima l'impero del grigiore morale, cioè la conclusione che esistano solo commistioni di bene e di male, mai invece bene e male come tali.

L'ignoranza racchiude in sé una spaventosa potenzialità maligna, che però raramente si sprigiona senza l'innesco di un'ottusa sapienza.

E' fin troppo facile ingannare un uomo dabbene. Questi, infatti, vive di alcune granitiche convinzioni, che ciò che non vien detto o non viene alla luce non esista, che mitezza ed acuiescenza plachino il male, che ciò che si mostra sia, fino a prova contraria, realtà.

La grande intuizione di Kant fu che  la morale non può che essere formale, perché solo la correttezza è profondo rispetto della propria ed altrui umanità. Tutto il resto è coltivazione retorica di sé.

Si consolida il dominio di lungo periodo dell'etica della decisione, ancorata al semplice principio che decidere sia sempre meglio di non decidere, riformare meglio di non riformare. Razionalmente non vi è alcuna evidenza di questo, ma l'etica della decisione rappresenta una riedizione aggiornata del primato dell'azione sulla teoria, un importante capitolo della resa della ragione fra fine Ottocento ed inizio Novecento. Una resa senza l'onore delle armi.

Chiamare i malvagi ignoranti è segno di profonda ignoranza, così come definire banale il male è una colpevole banalizzazione della sua profonda capacità di dissimulazione.

Divino è saper trarre il bene dal male, umano saper trarre il male dal bene.

Siccome esiste una malvagità che suscita clamore, molto clamore, pensiamo che ogni malvagità sia tale. In realtà gran parte di essa vive in discreto anonimato nella quotidianità dei piccoli soprusi, delle angherie, delle indifferenze di fronte al dolore. Si annida nelle sue pieghe come un fungo.

Chi fa del bene può illudersi di essere in credito; in realtà si pone nella condizione di debitore cronico, perché il suo bene sarà interpretato come bene dovuto, nel presente e nel futuro. In tal senso fare del bene è una sorta di lusso alla quale si deve accedere solo con un patrimonio sufficientemente cospicuo.

Il bene ingenuo scivola sul male senza avvertirne la presenza, mentre il male, che ingenuo non è mai, si sofferma sul bene per saggiarne, compiaciuto, l'inconsistenza.

Il male si alimenta della complicità come di un pane quotidiano.

Mitridate conquistò l'immunità dal veleno dei serpenti assumendone ogni giorno una quantità poco a poco crescente; l'immunità dalla coscienza morale la si conquista, analogamente, accettando giorno dopo giorno qualche nuova piccola angheria, piccolo sopruso, piccola prepotenza.

Il male moderato non dà nell'occhio, quello più serio indigna, quello grandioso ammutolisce.

Ci riesce difficile immaginare il paradiso, ma sull'inferno la nostra immaginazione si sbizzarrisce.

Il maligno insinua e si insinua.

Le anime belle sono belle senz'anima.

Di persone molto buone si dice che neppure riescano immaginare il male; lo stesso si può dire di persone molto cattive.

La sproporzione fra male e bene è perfettamente misurata dalla sproporzione fra parlar bene e parlar male degli altri.

La crisi della contemporaneità postmoderna ci riconduce ad un'arcaica credenza animistica: viviamo nella nostra immagine. Di qui l'imperativo dell'apparire e la crisi dell'etica (il bene è ben poco appariscente).

Che il bene unisca ed il male divida è convinzione poco fondata: molto spesso il male crea una fitta trama di complicità, di cui si nutre, mentre il bene condanna all'isolamento ed alla solitudine.

La retrocessione dell'etica ad estetica ha come corollario quella dell'estetica a cosmetica.

Si considera l'egoismo sintesi di ogni male morale, dimenticando che la dilatazione dell'io produce mali molto meno terribili della dilatazione del noi.

Gli uomini si distinguono non tanto nell'essere o non essere malvagi, ma nel dosare diversamente la malvagità: così alcuni la riversano tutta assieme, in modo clamoroso e devastante, consegnandosi poi ad una lunga pausa, mentre altri preferiscono centellinarla goccia a goccia. Lo stesso vale per quel tanto di bontà che serve a ricostituire il gusto della malvagità.

Singolare è l'ipocrisia delle anime belle: il loro sguardo trapassa il male, neppure lo sorge; la loro coscienza, coltivata con l'amore che si può avere per un piccolo orto, vive della convinzione che spetti a Dio combattere il male. Per questo, nella loro apparente gracilità, anch'esse lavorano non poco a spianargli la strada.

Diventa stucchevole l'insistita retorica dei credenti che si consumano nel pathos del servo inutile, dello strumento nelle mani di Dio. Dio non ci ha voluto come strumenti. Non si guarda faccia a faccia uno strumento, men che meno lo si può amare.

L'adagio "male non fare, paura non avere" è il ghigno beffardo che il cinismo insensibile rivolge alla coscienza tremebonda.

Secondo H. Arendt il male è superficie pura, senza radici. E' però vero che la capacità di radicarsi del male non cessa di soprendere, e rende molti incapaci di relazionarsi senza risultare malevoli e sgradevoli.

Di molta fortuna ha goduto il principio morale “non fare agli altri ciò che non vorresti fare a te”. Esso riflette i luminosi tempi nei quali si guardava con occhio benevolo alla natura umana. Oggi sarebbe fin troppo facile obiettare che molte persone vogliono la propria infelicità prima ancora di quella altrui, ed in tal caso il principio potrebbe giustificare la semplice crudeltà.

Il moralismo è la morale (e la moralità) degli altri.

L'ingenuità non è più una virtù, e neppure un diritto: è complicità con la nefandezza.

Che non si scorga il fondo del cuore umano fa il gioco del maligno, che può insinuare che lì stia la sua dimora.

Il paradosso della coscienza morale e del senso di colpa è che abbondano nell'agnello e difettano nel lupo.

Il nuovo imperativo categorico si riassume in un verbo: guarda.

Di buone invenzioni è lastricata la via che porta a ll'inferno.

Che fra bene e male vi sia una netta distinzione è il punto di vista del bene; dal punto di vista del male tutto è, in fondo, venato di male. Nessuno dei due punti di vista è attendibile.

La profonda asimmetria fra bene e male è evidenziata anche dai social: su 10 persone che pensano di dover dir bene, 9 per pigrizia non lo faranno, mentre su 10 che potrebbero dir male, almeno 5 lo faranno.

Si può pensare alla redenzione del male, ma non della malevolenza, della malignità e della bassezza, che si esprimono nell'invidia e nel pettegolezzo.

E' ben vivo nella cultura greca il concetto di uomo "terribile", che sembra travalicare i confini dell'umano; la sua metamorfosi contemporanea è insieme più domestica ed insieme inquietante: l'uomo privo di sensi di colpa.

Secondo la grande riflessione aristotelica, virtù etica non significa solo fare quel che si deve fare, ma anche quando, come, dove, nel mdo e nella misura in cui si deve farlo.

Il demonio ci attende accanto a deboli, inermi, incapaci e dementi. E massima è la tentazione che esercita sia su chi è presente, sia su chi è assente.

L’intramontabile crepuscolo che avvolte l’etica contemporanea è legato alla sua sempre maggiore opacità. Siamo passati da un’etica della prossimità, nella quale le conseguenze dirette del nostro agire su persone concrete attorno a noi erano ben visibili, ad un’etica della disseminazione, nella quale il nostro agire quotidiano determina una miriade di impercettibili conseguenze su innumerevoli persone che non conosceremo mai.

Dalla demonizzazione del male alla sua psichiatrizzazione pare essere trascorsa un’era geologica; nel fondo, però, non è cambiata la sostanza della cosa, perché rimane l’incapacità dell’uomo di riferire semplicemente alla sua condizione il male stesso.

Vivere, ad ogni costo, è l'imperativo che risuona in ogni luogo della retorica che oggi ci avvolge. E con esso, l'imperativo gemello: fare, piuttosto che non fare.

Basterebbe una parola per rasserenare il nostro rapporto con gli altri, una piccola impossibile parola; cosa mai ci tiene così attaccati a nostri inferni quotidiani?

L’invidia è il più abietto dei sentimenti, che di angeli fece demoni: l’odio può essere sanato, ma la piaga dell’invidia resta sempre aperta.

La disposizione al perdono è più diffusa di quanto si creda, nella forma, però, del perdonare per gli altri, piuttosto che gli altri.

Nel ben noto adagio "il perdono è la miglior vendetta" si legge in filigrana la vera natura di molti perdoni.

Chi afferma che perdonare davvero è dimenticare, sottintende che perdoniamo davvero, in fondo, solo noi stessi.

Perdonare a qualcuno qualcosa e perdonare qualcuno: è vera la prima perché è vera la seconda.

Ci viene chiesto di perdonare quello che ci hanno fatto, talora anche quello che ci stanno facendo, ma c'è sempre chi esagera e pesa che sia splendido saper perdonare anche ogni malvagità futura. Non si rende conto che è solo irresponsabile.

Un tempo cifra del valore era il coraggio che, nella lotta, affronta la morte. Oggi è il coraggio che, nella lotta, rifugge dalla morte e si aggrappa con ogni risorsa alla vita.

Se vi fosse qualcosa come una rivoluzione etica comincerebbe da scelte molto semplici, come dire a ciascun prepotente, sempre e sistematicamente, che è un prepotente.

Il male vive di complicità, quella consapevole dei malvagi e quella incoinsapevole degli ingenui.

L’espressione “onestà intellettuale” è (anche intellettualmente) disonesta (oltre che supponente).

Non ci si scandalizza ormai più di nulla, se non dell’obesità.

A caval donato non si guarda in bocca, pena il profondo imbarazzo per la scoperta di una dentatura perfetta.

E' una pia illusione pensare che non esistano uomini privi di sensi di colpa: questi, beffardamente, godono del doppio vantaggio di non essere tormentati e di dare spesso agli altri l'impressione dell'innocente candore.

L’essenza del Nazismo consiste nell’eleggere il corpo a luogo privilegiato del giudizio morale. Questo significa che frammenti di Nazismo sono disseminati in tutte le epoche ed in tutte le persone.

I diritti sono pensati ingenuamente come preziosi fiori di campo; in realtà sono come alberi in una foresta, ciascuno in lotta con diversi altri per strappare luce e visibilità.

L’intreccio di felicità ed infelicità è evidente anche nei loro effetti: la felicità genera molto spesso negli altri lo sguardo cattivo, cioè l’invidia e la malevolenza, mentre l’infelicità genera, dietro la pietà di facciata, il nascosto sollievo di chi si consola della propria condizione considerando che potrebbe essere peggiore.

La rappresentazione personalizzata del male trionfante mostra il suo riso.

Passare dal sorriso al riso significa scavalcare un abisso.

Essere formali significa prendere sanamente le distanze da sé prima che dagli altri, quindi mostrare per gli altri un peculiare rispetto.

Difficile dire che l’uomo sia egoista per natura: piuttosto l’egoismo è l’unico linguaggio che gli permette di intendersi con gli altri e di sapere con buona approssimazione cosa dagli altri si può in ogni circostanza aspettare.

C’è sempre una fondamentale grossolanità nelle categorie dell’etica; per questo non è troppo banale suddividere gli uomini in coloro che vivono la libertà altrui come spazio da sottrarre (cattivi) o da ampliare (buoni).

Per molti motivi si perdona: per rimuovere ricordi dolorosi, per calcare un palcoscenico, per umiliare gli altri, per disattenzione.

È difficile resistere alla tentazione di perdonare gli altri al posto degli altri.

Pochi considerano che nell’accezione evangelica perdonare significa rimettere i debiti, cioè spogliarsi della convinzione di essere creditori di alcunché, compreso il pentimento.

La miglior vendetta è il perdono: un adagio agghiacciante che la dice lunga sulla profonda malevolenza di certi perdoni.

È difficile resistere alla tentazione di rimettere agli altri i debiti che questi hanno con gli altri.

Tutto può essere perdonato (e sopportato), ad eccezione della stupidità (dabbenaggine).

Molti nel perdonare perdonano se stessi per interposta persona.

Una delle forme più attraenti del bene è quello di poterlo fare a spese degli altri.

Nell’aggiornamento delle beatitudini il “beati i miti” viene riferito alle persone particolarmente popolari.

Nelle sue metamorfosi contemporanee la crudeltà si mostra più urbana, tenace e diluita, come nell’esasperazione.

La convinzione che la ragione strappi l’uomo dalla brutalità dell’istinto non coglie nel segno. Nessun uomo pare naturalmente atto a sparare ad un altro uomo, violenza e brutalità non di rado suscitano un’istintiva ripugnanza. Solo un lungo tirocinio disumanizzante rende l’uomo una macchina brutale. Un tirocinio progettato dalla ragione.

Solo se sappiamo guardare in faccia alla nostra malvagità possiamo essere anche qualcos’altro oltre che malvagi (per esempio, anche buoni).
La natura del dolore è l’assoluta imprevedibilità: il suo sentiero porta taluni all’umana comprensione, chiude altri nella solitudine più malevola e disperata.

Dalla singolarità dell’etica si è oggi passati alla disseminazione delle etiche.

Il primo assioma di un’etica della comunicazione sarebbe che chi non comunica autorizza l’altro ad interpretare come crede il suo silenzio.

Lo spirito è un creditore che non si lascia ingannare, scrive Kierkegaard: sarebbe consolante se davvero così fosse!

La commistione di bontà e bellezza corrompe la prima: la bellezza è cialtrona.

Di buone intenzioni è lastricata la strada che porta alla popolarità.

Non c'è cosa che passi più inosservata (a noi, non agli altri) di quanto trattiamo male noi stessi e gli altri.

L'unica critica decente al presente è quella in nome del futuro.

Ogni malvagio è promessa di clamorosa redenzione, ogni buono è attesa di spettacolare caduta.

Le persone che prendono seriamente la giustizia prima o poi si trovano di fronte al bivio: passare per eroi o presuntuosi.

Nella ricerca dei fondamenti dell'etica la libertà non può essere l'ultima parola, altrimenti lo sarebbe anche la libertà di rinunciare alla libertà. Ultima parola è l'immagine di uomo che la libertà dovrebbe promuovere.

L'etica è oggi la confezione del prodotto uomo.

Ignobile è, più di ogni altro, il furto di una sofferenza.

Dire che qualcuno sta solo facendo il proprio lavoro è la nuova formula di assoluzione universale.

Si distinguono un materialismo filosofico (esiste solo la materia), storico (i fattori ed i raporti della produzione materiale sono in ultima istanza ciò che muove la storia) e pratco (si dà valore solo ai beni materiali). Prezioso però sarebbe anche un materialismo etico, fondato sul rncipio: qualunque cosa siamo, l'offesa al nostro corpo è ciò che massimamente ci fa soffrire e quindi è il massimo male pensabile.

Contro la consolante ed ignava condinzione che le cose, prima o poi, si riaggiustino anche un credente dovrebbe sforzarsi di pensare che un'ingiustizia è per sempre, mai sarà cancellata dall'ordine dell'essere.

Nei riti autoassolutori della contemporaneità gioca un ruolo essenziale il concetto di irrilevanza: vi fu un tempo nel quale si mostrava in tutta la sua concretezza l'effetto sugli altri delle nostre scelte o non scelte; non così oggi, perché siamo in grado di pensare in astratto che questi effetti in qualche misura tocchino una molteplicità indefinita di persone, di cui non abbiamo rappresentazione, ma poi pensiamo che incidano in misura irrilevante, perché la nostra assunzione di responsabilità non muterebbe alcunché nella realtà. Questo è insieme vero e falso.

Vi sono momenti cupi nei quali oscilliamo fra il pensiero dell'irredimibile malvagità del mondo e quello della malvagità che è nel nostro occhio; poi l'oscillazione termina, e ci assale il pensiero che siano vere entrambe le cose.

Di persone che vagano sui sentieri del male si dice che abbiano smarrito la retta via; si dovrebbe piuttosto dire che l'hanno lasciata.

Profonda stoltezza è fare il bene con moderazione: si alimentano un'aspettativa inesauribile ed una delusione profonda. Chi non fa mai il bene non delude nessuno, e per questo otterrà maggiore indulgenza.

Non troverai i confini della superbia se non trovando i confini stessi dell'uomo.

Fra le gioie maligne e talora malvagie che ci concediamo innocentemente non manca quella di suscitare sensi di colpa negli altri, in molti e fantasiosi modi, fra cui invitare le persone depresse a considerare quanto pochi siano i motivi oggettivi che giustifichino la loro depressione, oppure inchiodare le persone che sono stanche e si lasciano andare al pensiero di tutte le persone che hanno bisogno di loro e che non possono deludere.

Identificare il male con l'ignoranza significa assolverlo incondizionatamente e soprattutto assolvere se stessi dall'onere di incalzarlo senza tregua: di un ignorante si dice infatti, popolarmente, che va lasciato stare, perché non ci si può fare nulla.

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