Il pensiero a riposo - Massimo Dei Cas

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LA CONDIZIONE UMANA

Ci sentiamo soffocare quando non abbiamo possibilità e lottiamo per avere più possibilità. Ci sentiamo angosciati quando abbiamo più possibilità fra le quali decidere, e preghiamo perché il destino decida per noi.

Si può parlare sensatamente della condizione umana solo a condizione di starne, per così dire, ai bordi.

Di buone intenzioni è lastricata la via che porta all'inferno (degli altri).

L'emozione è l'ultimo desiderio concesso all'attimo prima della sua condanna al nulla.

Il dubbio è la protesta del cuore contro la tirannia della ragione e della volontà.

La vita è un malinteso mai chiarito.

Insuccesso è essere chiamati per quel che si è (prepotenti se prepotenti, inetti se inetti).

L'ipocrisia, cioè l'estrema difficoltà di riferire anche a se stessi la misura che applichiamo agli altri, è il denominatore comune della condizione umana.

Per qualcuno la colpa è una porta aperta alla disperazione, per altri al bisogno di espiare; per altri ancora, però, sentieri colpevoli è già sentiersi perdonati. E questi portano la cenere sul capo con una punta di vezzo.

Non è facile riconoscere il puzzo dell'ipocrisia, ma una volta avvertito lo riconosceresti fra altri mille e ti stupisce di quanto spesso si faccia sentire.

La lotta titanica fra passato e futuro ha segnato la civiltà ormai tramontata; oggi vige la pace sotto l'imperio del presente.

E' difficile parlare del tempo galantuomo visto che la maggior parte della gente pensa che sia una triste traversata dal mos maiorum al mos malorum.

I bambini imparano molto presto che esistono due tipi di persone, quelle alle quali non verrà mai perdonato nulla e quelle che non si vede l'ora di perdonare.

Viviamo le cose sempre più come segnali, piuttosto che come segni, cioè come indicatori di qualcosa che si mostrerà, piuttosto che rimandi a qualcosa che esiste ma non si mostra.

Popolare è colui del quale si pensa: non potrei mai essere come lui, ma lui potrebbe essere come me.

Una civiltà nella quale il futile diventa essenziale è assediata dal sentimento del nulla incombente.

L'occhio vuole la sua parte. E quando l'ha ottenuta, cessa di guardare.

Non è mai troppa la cenere con cui cospargere il capo, soprattutto degli altri.

L'emozione è l'ultimo desiderio concesso all'istante prima della sua condanna a morte.

L'indulgenza, come impariamo fin da piccoli, è fra i doni elargiti in misura più diseguale agli uomini: chi ne ottiene in misura ollimitata, chi non ne ottiene alcuna. E non è semplice indovinarne la ragione. Certo il merito non c'entra granché.

Fra i cinque sensi non vi è mai stata amicizia, bensì dissidio di quattro contro uno. Lo segnala il linguaggio: si può parlare di "sentire" in riferimento non solo all'udito, ma anche a gusto, olfatto e tatto. Resta fuori la vista, che però, a dispetto del suo isolamento, oggi la fa da padrona.

Da bambini abbiano di noi stessi l'immagine che gli altri ci restituiscono; da adolescenti crediamo di essere diversi da come tutti ci vedono; da adulti costruiamo una qualche mediazione fra questi due aspetti; da vecchi scopriamo che solo un disonesto può davvero pensare di sapere chi è.

Il dolore è la più grande contraddizione: lo sentiamo come la cosa più nostra, e nel contempo vorremmo incatenare ad esso l'intero universo.

Ci sono persone che vengono messe al mondo, persone che imparano a stare al mondo e persone mondane.

Il modo più sicuro per rovinarsi la vita è quello di chiedersi come valga la pena di viverla.

Ci sono cose alle quali tendiamo solo perché le abbiamo iniziate. Il compimento è un assillo che accompagna buona parte dei nostri passi, e chi vuole servirsi degli altri deve spesso solo indurli a cominciare qualcosa.

Natura è il limite che siamo disposti ad accettare.

Nella lotta fra ragione e cuore la vittoria arride oggi al cuore, avvertito come principio di ogni valore e perfino argomentazione. Ma questa vittoria è pagata a caro prezzo: il cuore viene rattrappito ad emozione.

Non si deve mai cessare i stupirsi di fronte alla facilità con la quale esseri umani manipolano e sono manipolati. E fra i principi della manipolazione uno dei più efficaci è l'uso di messaggi contraddittori.

Probabilmente l'ultimo pensiero, prima di morire, è: "ma allora è vero" (che si debba morire).

L’inquietudine ama coniugarsi con la profondità, ma si tratta di nozze bianche.

Nessuna catastrofe immaginabile è così apocalittica da non poterci fare qualche chiacchierare sopra.

Vero delirio di onnipotenza non è pensare di poter fare tutto, ma di poter convincere tutti di tutto.

L’assassino torna sempre sul luogo del diletto.

Non siamo soli nell'universo. Al massimo fugaci comete.

I bambini imparano fin da molto piccoli che il riso è un potente antidoto contro la vergogna.

Scoprire di avere un faccia significa perdere l'innocenza; scoprire di poterla perdere significa perdere la felicità.

L’uomo distinto prende congedo dall’uomo d’istinto.

Un vecchio adagio afferma "omne animal post coitum triste", ogni animale dopo il coito è triste; fa eccezione l'uomo, che è triste dopo un massacro.

Giovane è il disgusto, giovanissimo il fanatismo.

Essere vecchi è già di per se disprezzabile, ma esserlo e non sapersi divertire è semplicemente ignobile. Questo vuole lo spirito dei tempi.

L'idea che l'uomo sia fondamentalmente "economico", cioè legato al calcolo degli interessi, serve solo all'economia del pensiero.

Non vi è nulla di meno innocente di un’innocente battuta.

L'uomo si muove nel mondo come in un gioco di specchi: ovunque scorge una metamorfosi di sé.

Ciascuno vorrebbe incatenare l'universo al proprio dolore.

Pensiamo di aver ridotto radicalmente la distanza che ci separa dagli animali, ma il linguaggio dice il contrario: in passato si parlava di "uomo", così come di "cane", "tigre", e così via. Oggi sono rimasti cani e tigri, ma l'uomo è stato sostituito dall'umano, un aggettivo contro uno stuolo di sostantivi. Una distanza linguistica un tempo inesistente, qualunque cosa ciò voglia dire.

Non potremmo reggere la sofferenza se non pensassimo che è dal destino, è colpa di qualcuno, è condizione per un qualche bene futuro.

La comprensione dell’uomo è essenzialmente legata alla comprensione della situazione infantile che ossessivamente rimette in scena nei più diversi contesti: così fra gli uomini, come fra i bambini, ritrovi quello che inchioda sistematicamente gli altri a sensi di colpa, rincorre l’impossibile desiderio che i propri desideri siano indovinati, si nasconde per essere cercato e consolato, custodisce come perline colorate le parole più care, lottando per il loro possesso, si affanna per sorprendere cosa sia davvero la grande verità (dei grandi),…

Ogni civiltà è qualificata dalle metamorfosi della vergogna. Un tempo ci si vergognava della viltà, dell'insincerità, della lealtà, oggi ci si vergona della tristezza, della malattia, della bruttezza e, più di tutto, della stessa vergogna.

Le vittime interessano fintantoché gridano la loro rabbia o piangono il loro dolore; per il resto scontano nel silenzio la colpa del loro avverso destino.

Come una lente, Internet rende più visibili i dettagli dell'animo umano. E appaga l'universale bisogno di giudicare, dare regole, esibire.

Lontanissima appare ad uno sguardo superficiale la condizione di solito qualificata come primitiva, quella di un'umanità dominata dalla visione magico-animistica e superstiziosa della realtà. Ad uno sguardo pù attent o, invece,essa appare ancora nella sua forza quasi intatta. Diverse convinzioni, ancora fortemente radicate nell'umanità contemporanea, inducono a questa diagnosi:
- fortuna è merito e sfortuna colpa;
- il linguaggio racchiude la realtà profonda di ciò che nomina;
- il linguaggio non si limita a nominare, ma evoca, rende presente la realtà: per questo alcune realtà sono innominabili (alcune parole solo a fatica e con paura vengono pronunciate) e dire un setimento equivale a provare un sentimento;
- si combatte per le parole, per appropriarsene, per conquistarle a presidio del proprio concetto delle cose;
- il potere della parola sugli uomini è enorme;
- il cattivo sguardo degli altri è fra le cose più temute, perché si teme il suo potere di provocare il male augurato;
- si pensa che nulla possa resistere a qualcosa di oscuro che ha nome destino;
- la forza appare divina e la debolezza degna di disprezzo;
- ignorare una realtà equivale a relegarla nell'irrealtà;
- ciò che è appariscente viene avvertito come più reale;
- è tabù parlar male di chi è appena morto.

C'è ci non sa dare confidenza senza prendere in giro e chi non sa fare un complimento senza offendere (più o meno velatamente).

La profonda angoscia per il deforme e quella ancora più profonda per l’informe hanno trovato nella civiltà umana potenti antidoti nel quotidiano affanno per le necessità materiali e nelle grandi costruzioni formali della cultura, dell’arte, dell’ideale, della conoscenza. Triste simulacro di questi potenti farmaci è oggi l’imperativo categorico a dar forma e tono ai muscoli.

Curiosamente, proprio l’uomo, che potrebbe essere frutto del caso dei casi, è costitutivamente incapace di credere al caso.

Il teatro rappresenta la condizione umana non nel suo contenuto, ma nella sua forma.

L'eccezione conferma l'ipocrisia della regola.

Un tempo la lotta per la vita era, per l'uomo come per gli altri animali, lotta per la sopravvivenza; oggi è lotta per voler vivere e gustare la vita a tutti i costi.

Secondo Andy Warhol nella democrazia del futuro ciascuno avrà diritto ai suoi dieci minuti di celebrità. Ma essendo ciò palesemente impossibile, forse si dovrà ripiegare su questa idea di democrazia: ciascuno avrà diritto a scrivere anche un solo comma di una qualche regola.

Vivere con forte disagio, per eccesso di sensibilità, le relazioni sociali è classificato come disturbo sociale di personalità; vivere disturbando con piccole e sistematiche angherie gli altri non lo è. Nelle categorie psichiatrice si legge in filigrana un'immagine dell'uomo che non è mai scientificamente neutra..

La solitudine è molto più una convinzione che una condizione.

Nella ricerca delle cause delle cose sopravvive sempre l'antichissima radice della ricerca delle colpe.

La presa in giro è il più banale ed universale rito di iniziazione ad un gruppo: dice che i diritti del gruppo sopravanzano di gran lunga quelli del singolo.

Chi vede il bicchiere mezzo pieno spesso se n'è bevuta l'altra metà.

I nuovi modelli non sono imitati da tutti, ma tutti imitano.

Si dice che nessun uomo abbia un prezzo; in realtà spesso costa solo pochi sorrisi.

Ci interessa assai poco che gli altri esaudiscano i nostri desideri: vorremmo che li indovinassero.

I colpevoli sono molto interessanti, perché rappresentano sempre un'allettante promessa di redenzione; essere vittime è invece quasi solo una colpa.

Il sentimento della lusinga sostituisce nel pubblico contempaneo quello dell'ammirazione.

Il concetto di valore ha attraversato tre grandi epoche: in origine il valore coincise con l'eroismo e l'eccellenza, poi venne l'epoca del valore come dedizione e rinuncia. Oggi vale ciò che suscita emozioni.

Dalla convinzione della radicale finitezza umana si trae l'imperativo del "carpe diem". Strana logica: di solito pare saggio non affezionarsi troppo a ciò che si è destinati a perdere.

L'età dell'incanto termina quando ci abbandona, per via, la convinzione che tutto possa essere risanato, tutto reintegrato, tutto ricondotto all'origine felice.

Cosa accadrà all'uomo quando avrà realizzato che, dopo lo scippo dell'eternità, deve subire anche quello del futuro?

Il saluto è un rito che ci sgrava dell'imbarazzo di sentire l'altra persona come davvero altra; ma se per caso si incontra una medesima persona per la seconda volta a breve distanza di tempo, si avverte con tutta la sua forza l'imbarazzo di questa presenza, e si resta incerti sul da farsi. Tutto ciò è insieme comico e rivelatore.

Calcolo delle probabilità è ciò che aplichiamo agli altri, non a noi stessi.

Affermare che l'uomo sia l'unico animale che recita è ancora troppo poco: egli recita anche nel recitare.

L'unico aspetto pietoso dei discorsi funebri è che i morti hanno altro di meglio da fare che prestare ad essi attenzione.

Non ci vuole molto a comperare gli altri, basta far loro credere che sono persone speciali.

Il "pathei mathos" di Eschilo, cioè l'apprendere dalla sofferenza, è uno di quegli insegnamenti che si dimenticano troppo in fretta.

Nel mito di Pigmalione si esprime l'antico sogno che la pietra si faccia carne; nei miti mortiferi della contemporaneità si mostra il sogno estetico ed opposto che la carne si faccia dura, insensibile e morta come pietra.

Nel disprezzo per gli obesi si cela l'orrore per la loro rozzezza: divorano voracemente cibo, e non sanno essere all'altezza di una civiltà che impone di divorare emozioni. Meriterebbero maggiore indulgenza: ciascuno ha diritto alla forma della disperazione di cui è capace.

"A chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha": così si legge nel Vangelo. Qualunque sia il significato di queste parole, esse esprimono assai bene anche l'irresistibile signoria del principio della forma sull'uomo. E' la forma del tutto che, come luce buona o cattiva, rende visibile ogni cosa. Per questo non mutiamo mai le nostre valutazioni per approssimazione graduale, ma per repentina conversione, cioè mutamento di forma. Per questo, anche, possiamo pensare solo in astratto che le cose potrebbero apparirci in una diversa luce, ma non le possiamo percepire se non nella luce della forma che assumono ai nostri occhi. Per questo, infine, dire "non generalizziamo" significa proporre un imperativo impossibile, perché l'intelligenza è una macchina per produrre generalizzazioni.

La definizione di salute mentale è un paradosso logico, perché dovrebbe conciliare tre elementi contraddittori, il benessere psichico, la rappresentazione oggettiva della realtà e l’integrazione sociale. Di un individuo in cui i tre elementi potessero convivere si dovrebbe dire, come i Greci, che è un “uomo divino”.

Nella lunga marcia di allontanamento dalla realtà la definizione di malattia mentale non fa più riferimento alla "normalità", ma all'"accettabilità sociale". Se questo sia un progredire verso la civiltà o la barbarie, solo la realtà potrà mostrarlo.

La malattia ha una saggezza che la salute non conosce, ma anche la salute conosce una saggezza ignota alla malattia.

Il pensiero della morte era un tempo considerato sicuro indice di saggezza; oggi non se ne vuole sapere più nulla, e si parla dei morti come di persone che per qualche motivo si sono momentaneamente assentate.

Cresce quasi esponenzialmente il controllo dell’uomo sulla natura, mentre, beffardamente, non cresce o addirittura, rispetto alla saggezza antica, diminuisce il controllo dell’uomo su se stesso; a quanto potere sui processi della natura si rinuncerebbe in cambio del solo potere sulla nostra memoria!

Non sarebbe così facile uccidere gli uomini se solo fossero un po' meno attaccati alla vita.

Mai dire mai e, soprattutto, mai dire ormai.

Non c'è nulla di più comico della comicità involontaria.

Ci sono persone che riescono ad offendere anche quando intendono formulare complimenti.

Profonda felicità o fastidio nascono dall'incontrare qualcuno che davvero ci somiglia: solo allora infatti possiamo scoprire quanto o quanto poco bene ci vogliamo.

Sei adulto quando puoi accettare che non vi si per te indulgenza.

La più grande benedizione per i genitori è la concordia dei figli.

Excusatio non petita, accusatio manifesta: una scusa non chiesta è ammissione di colpevolezza, dicevano i latini. In realtà i veri colpevoli, cioè quelli seri, sono ben lungi dal cercare giustificazioni, perché non solo non ammettono la propria colpa di fronte agli altri, ma neppure di fronte a se stessi.

La lotta senza quartiere scatenata oggi all'umor nero dovrebbe tener presente che l'allegria può aprire le porte alle peggiori nefandzze. Si racconta di Cristo che abbia pianto, mai che abbia riso.

Vi fu un tempo nel quale la satira fustigava i costumi; oggi è diventata costume imperante, il costume di non prendere nulla davvero sul serio.

Viviamo i nostri dolori più pofondi come assoluti ai quali incatenare l'intero universo.

Due sono le grandi stagioni nella vita dell'uomo. La prima riposa nella luce meridiana dell'"ancora": ancora verrà questa corsa su un prato, ancora questa sera d'estate, ancora questo sentimento potente... La seconda si rannicchia nella livida luce del "non ancora": verrà la decadenza, verrà la malattia, verrà la morte, ma non ancora.

Si dice che i vecchi tornino bambini; in realtà, per risarcirsi della catastrofe incombente, sempre meno trattengono il tiranno infante che accompagna l'intera nostra esistenza.

Sei bambino se dici "io voglio", adolescente se dici "che schifo", vecchio se dici "si tira avanti"; sei adulto se non dici quello che davvero pensi.

L’atroce bivio dell’età senile consiste nel perdere del tutto o nel conquistare nella luce più luminosa dignità e rispetto di sé.

I matematici hanno il raro privilegio di non essere mai delusi dalla (loro) realtà.

Di buone intenzioni è lastricata la via che conduce alla popolarità.

Vi è un riso che ci solleva dalla grevità del prendersi sul serio ed un riso che esprime la fosca tragedia di chi si sente onnipotente. Niente di più distante si potrebbe immaginare.

Il sorriso solleva l’animo dalla tetraggine, ma solleva anche l’infamia dalla sua colpa.

La complessità della condizione umana viene straordinariamente semplificata in presenza di un interesse.

Il silenzio, molto più delle lacrime, misura il dolore.

Una luce rivelatrice sulla condizione umana verrebbe gettata dalla risposta alla domanda: perché ciò che sopportiamo meno di ogni altra cosa è essere tenuti all'oscuro di qualcosa? Perché non possiamo pensare di essere felci senza sapere?

Vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo è aver già preso congedo dalla vita.

Un tempo si considerava la contemplazione della morte come fonte di saggezza e serenità: oggi sarebbe solo cattivo gusto e fissazione nevrotica.

Nel riso ci prendiamo la libertà di dire quanto pensiamo veramente, negando ipocritamente di pensarlo veramente.

Nel proverbio "cuor contento il ciel l'aiuta" si celebra la tirannide dell'allegria sulla mestizia.

Che "tristi" sia plurale di "triste" ma anche di "tristo" segnala che l'umor nero è stato sempre avvertito (con miserevole inganno) come porta spalancata sul male.

Il riso abbonda sulla bocca dei forti.

Adirarsi a caldo è sgradevole. Adirarsi a freddo è agghiacciante.

Nell'era digitale cambia radicalmente in concetto di condivisione: non più vivere qualcosa insieme, ma esibire all' sguardo altrui.

L'alterigia, non la bellezza (come invece voleva Platone) è, fra le dimensioni umane, quella che maggiormente si mostra nella sua forma propria ed inconfondibile.

La prepotenza è la più potente ammaliatrice; l'impudenza la segue a breve distanza.

Ogni bellezza ha un risvolto, neanche troppo nascosto, di sfrontatezza.

Ciò che per l’uomo comune è emozione, per l’uomo di potere è ossessione (e per l’uomo di potere malvagio possessione).

Si è vecchi quando ci si stanca troppo presto dell'inverno.

Si è vecchi quando non si viene più biasimati per la propria obesità.

Si dice che il sogno dei genitori sia quello di perpetuare se stessi nei figli, ma questo diventa non di rado un incubo, quando vediamo nei figli, come in uno specchio, le nostre brutture, e siamo schiacciati dal senso di colpa di averle caricate come un peso sulle loro spalle.

Alla fine tutti, come bambini, corriamo nei nostri rifugi nascosti, nella più triste delle solitudini, desiderando come mai abbiamo desiderato che qualcuno ci venga a cercare.

Fra le potenti fantasie che esorcizzano l'orrore senza nome vi è quella della palingenesi, cioè che tutto possa ricominciare, ancora ed ancora. L'impulso alla distruzione è forse legato proprio a ciò: distruggere per poter di nuovo costruire, come nel più infantile dei giochi.

Ciò che all'anziano non si perdona è che si ammali, peggio ancora si ammali gravemente, o addirittura muoia. Per questo la vecchiaia non è tanto malattia per se stessa, come voleva Cicerone, ma per se stessa colpa. Tutto ciò viene nascosto in un collettivo rito apotropaico, perché resti ben visibile il magico incanto della vita che sempre ricomincia.

Nella civiltà greca non mangiare insieme, ma insieme bere è convivialità; la nostra convinzione per cui il pasto sia convivio sarebbe parsa ai Greci barbara.

L'erosione sistematica del senso del pudore è l'indicatore più sensibile della disperazione contemporanea e della disumanità che incombe sulla civiltà: nel pudore risplende, infatti, un bagliore dell'insperabile.

Le nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione hanno molti aspetti emancipanti, ma recano con sé anche forme peculiari di schiavitù: non solo quella della dipendenza e del consumo insulso del tempo, ma anche, e soprattutto, la tirannia della maggioranza. Nella dimensione social siamo costantemente esposti all'altrui plauso o riprovazione, e finiamo per considerare ogni nostra espressione sotto questo aspetto. L'onniscente occhio di una folla indistinta si sofferma con spietata insistenza su ciò che esprimiamo. La tirannide della maggioranza, paventata da J. S. Mill, trova qui il suo campo elettivo.

Ciò che si liquida innanzitutto nei campi di concentramento ed in ogni luogo dell'orrore contemporaneo non sono l'umanità e la sua dignità, ma il pudore, che ne è baluardo.

Chi crede alla radicale finitezza dell'uomo ne trae, come sunto di ogni possibile saggezza, l'imperativo a vivere ogni possibile emozione ed esperienza, con la massima intensità. Ma è una deduzione insensata, anche perché il compito di non perdere nulla di quanto la vita ci può riservare non può che rendere la vita una sorta di comica maratona, priva di autentica felicità. Ogni possibilità persa diventa, infatti, un'ombra che grava per sempre sulla qualità del nostro tempo. Alla fine, passiamo la vita a collezionare proprio quei rimpianti dai quali ci proponiamo di rifuggire.

Viste da distanti, tutte le cose appaiono molto più unitarie e coerenti di quanto davvero siano, mentre la vicinanza rivela crepe ed incoerenze. Così è anche per l’anima che, con la vicinanza cui il tempo beffardo ci condanna, mostra sempre più le sue desolanti rughe.

L’aspetto più beffardo della morte è che questa giunge quando hai l’impressione di aver cominciato a capire qualcosa della vita.

Nel suo ritiro non di rado il solitario si difende dal profondo sentimento dell'altro che lo coglie alla sua presenza; sentimento che manca quasi interamente alle persone socievoli.

Siamo riconosciuti come persone là dove possiamo raccontare di un nostro dolore senza ricevere in cambio il racconto di un dolore altrui.

La condizione umana contemporanea è caratterizzata dall’eclisse dell’intimità e del riserbo: tutto dovrebbe poter essere mostrato, osservato, misurato, parlato.

Quando al raccapriccio si sostituisce lo schifo sono aperte le porte della barbarie.

A quanti sono ossessionati dall'idea di un complotto universale bisognerebbe far capire che l'unico vero complotto è quello (inconsapevole) degli imbecilli.

La ludopatia è un sintomo acuto di una malattia più subdola, quella di una civiltà ludocentrica, che esalta come matrice di ogni valore il mettersi in gioco, tradendo il consolidato insegnamento di tutta una civiltà, quella antica, centrato sul concetto di prudenza.

Mettersi in gioco è espressione che esprime un grande valore agli occhi della follia contemporanea, che esalta, dissennatamente, la predisposizione al rischio ed all'avventatezza. Per quanto amiamo pensarci eredi della saggezza greca, in queto l'abbiamo interamente tradita.

Enigma ed inquietudine profonda è la natura ancipite del riso, che rasserena ed umilia, rassicura ed inquieta.

Modernità, postmodernità e moda hanno la medesima radice: trovano la loro consistenza nell’inconsistente fluttuare.

Passiamo la vita a disegnare costellazioni, forme, tipi, per sapere cosa ci si può attendere dalle cose e dagli uomini. La triste saggezza figlia della lunga esperienza mostra che, quanto agli uomini, da ciascuno ci si può aspettare tutto. O quasi.

Il paradosso della condizione dell'infanzia oggi si può esprimere così: ad essa vengono riconosciuti tutti i diritti, tranne quello ad essere se stessa, cioè di non vedersi sbattute in faccia le brutture del mondo degli adulti. Così oggi abbiamo bambini che scimmiottano adulti che scimmiottano bambini: viene meno l'idea forte di ciò che è proprio di ciascuna età, la differenza anagrafica è solo più differenza di stili di consumo.

L'uomo è tanto orgoglioso di quella faccia che ha avuto in sorte in luogo di un più comune muso, da non poter pensare nulla di più terribile che perderla.

Ogni coperta è troppo corta. Così come ogni tagliar corto copre.

Inumano il silenzio, disumana la parola.

Il disgusto, libero di seguire il suo corso, è innanzitutto disgusto del bestiale, poi disgusto dell'arroganza degli uomini che provano disgusto del bestiale, ed ancora disgusto della nostra stessa arroganza nel provare disgusto per gli uomini, infine disgusto del disgusto medesimo.

Se l'uomo è diventato una minaccia per la natura, sono affari suoi (della natura): avrebbe potuto essere un po' più attenta nella sua produzione.

Accanto a uomini che hanno un peso vi sono sempre molti più uomini che sono un peso.

Il denaro è il linguaggio veramente universale, perché nella sua grammatica vale il principio: niente di personale.

Avere potere significa poter definire il proprio sapere come quello davvero rilevante, e la propria ignoranza come irrilevante.

L'enigma del sentimento è ormai dismesso. Troppo impegnativo e composito. L'emozione ne ha preso il posto, con l'avallo della neurobiologica che ne può agevolmente decifrare i codici ormonali.

L'enigma delle gambe di Socrate resta là, intatto, nonostante progressi sorprendenti della neurobiologia. Perché non si alzò e non se ne andò dal carcere, sottraendosi alla morte?

Spesso ci accade di chiedere "Cosa pensi di questo?"; perché ci accade solo di rado di chiedere "Ci pensi a questo?"

Molti frammenti di saggezza possono essere regalati dalla frequentazione della montagna; impari, per esempio, che non ti puoi mai accorgere di scivolare, ma solo di essere scivolato.

Niente richiama maggiormente il caos informe della sessualità: da essa, infatti, possono rendere forma le cose più disparate, venerazione, tenerezza, esaltazione, crudeltà.

Come con la vita, anche con la libertà ci accade di passare il tempo a consumarla: ogni spazio nuovo di libertà è una rinnovata possibilità di recinzione, normativa, deontologia. Un campo è lo spazio vuoto che si frappone fra i paletti che non manchiamo di infiggervi.

Non c’è nulla di disdicevole nel voler perdere o conservare la propria verginità; davvero osceno è invece volersela rifare.

Scriviamo per essere letti, parliamo per essere ascoltati, esistiamo per essere visti.

L’affetto senza una punta di distacco è cieco, il distacco senza una punta di affetto è vuoto.

L’aspetto più inquietante della natura umana è la facilità con la quale si abitua a tutto, o quasi, al sublime tanto quanto all’atroce. La filosofia è quindi del tutto innaturale.

È proprio la sempre più sottile conoscenza scientifica dell’uomo a mostrare quanto poco sia naturale per l’uomo assumere un atteggiamento oggettivo e scientifico verso se stesso e tutto quanto è umano.

L’uomo non è egoista per natura, ma perché l’egoismo è l’unico linguaggio davvero universale che permette a ciascuno di comprendere gli altri e soprattutto di sapere con ragionevole certezza quello che da loro può aspettarsi. La gratuità è un enigma.

Ad ogni età della storia il suo imperativo: “crescete e moltiplicatevi” nell’età premoderna, “arricchitevi” nell’età moderna, “divertitevi” nell’età postmoderna.

L’idealizzazione del bambino non coglie mai nel segno, ma resta vero che straordinaria è in lui l’assenza della memoria cattiva, la capacità di riconciliarsi e ripartire cancellando il rancore, perché io è perso fra le cose. Poi l’io torna a sé, e si perde nella considerazione dell’altro.

Il sonno dei giusti è turbato dal peso soverchiante del male. Il sonno degli operatori di atrocità è profondissimo e senza sogni.

Non è senza importanza la duplicità dei significati del verbo “ignorare”, vale a dire “non sapere” e “non voler considerare”; nel nesso fra questi due significati si esprime molto della natura umana.

L’adattamento ridanciano all’ipocrisia che domina la tonalità media dell’esistere è considerato equilibrio per eccellenza, e chi non riesce a soffocare il fastidio è già sulla soglia della sociopatia.

La triste lezione di Rousseau e Marx è che gli uomini, spesso ribelli alla volontà dell’altro uomo, diventano supini e remissivi quando percepiscono negli eventi la forza (o, che è lo stesso, la logica) delle cose stesse.

La sicurezza è l’onnipresente mito della condizione umana contemporanea: come tutti i miti, ci stacca dalla realtà e nel contempo ha una resa potente sul nostro reale immaginare ed agire.

Terrore è il venir meno del tempo, orrore il venir meno dello spazio.

Quella tecnica che Zeus incatenò nel suo artefice, Prometeo, non perché morisse, ma perché fosse visibile nei suoi vincoli, è oggi scatenata.

Un giorno, e sempre troppo tardi, ci apparirà in tutto il suo orrore l’insensatezza del concetto di malattia mentale.

Per Platone la musica è l’intera educazione, forse anche perché nella costruzione del senso l’accento è fondamentale, nella vita umana il ritmo è un elemento essenziale di intesa o distanza e l’armonica alternanza di pausa e movimento è indice di una profonda saggezza.

Ha carisma colui che può affermare le cose più banali facendole passare per le più profonde.

L’antico adagio “in vino veritas” va aggiornato: “in pecunia veritas”, perché nel rapporto con il denaro l’uomo svela il proprio essere nel profondo.

Non c’è niente di più detestato del primo della classe che non ammicchi complice dissimulando ipocritamene i propri meriti; non c’è niente di più detestabile di questo astio meschino.

Il merito, lodato a parole, è in realtà una delle condizioni più inutili: gli uomini apprezzano molto di più potere, complicità e simpatia, e neppure di fronte a Dio, come la teologia ossessivamente ripete, è consigliabile presentarsi con troppi meriti da vantare.

Viviamo una civiltà ludocentrica, centrata sul gioco inteso non come divertimento, ma come assorbimento totale nell’ “essere in gioco”, nella fluttuazione insensata del divenire. Ogni ossessivo discorso sulla flessibilità rimanda a questa desolante antropologia, a fronte della quale la metafora della società liquida suggerisce ancora un’eccessiva consistenza (meglio sarebbe parlare di vento).

Caro ai Greci è l’apprendere dal dolore, ma il dolore non porta con sé solo una privilegiata esperienza di realtà, ma anche la fuga nella consolazione dell’illusione.

Dal dolore la quiete di una superiore saggezza, ma anche l’inestinguibile odio per un’impossibile rivalsa.

Spesso un dolore è fuga da molti altri dolori, quindi anche un sollievo.

Nel concludere incontriamo la più ardua difficoltà, come ben sanno musicisti e scrittori, perché restiamo legati all’infantile convinzione che la luce della verità debba brillare al termine, riverberandosi sul tutto. Per questo il congedo è il momento più imbarazzante, e la chiusura di un discorso il momento più delicato.

Non vi è nulla di più imbarazzante di sentire l’altro come altro. Per questo è cosa naturalissima salutare quanti incontriamo, ma imbarazzantissima scegliere cosa fare se li incontriamo di nuovo a breve distanza di tempo.

Ciò che ci terrorizza nella morte è la medesima cosa che un tempo consolava, l’immagine, cioè, dell’eterno riposo.

Oggi è lecito vergognarsi solo della propria vergogna.

Se la vita è un gioco, il suo scopo è di scoprirne le regole.

Esistono pseudonimi e pseudouomini.

L'età senile reca con sé una sorta di ultima chiarezza riguardo allo spirito: o lo si cerca con struggente nostalgia o lo si ripudia con viscerale avversione.

Elaborazione del lutto è un concetto osceno: il lutto non è qualcosa da metabolizzare, ma da conservare come preziosa risorsa che tiene accesa la fiammella della nostra umanità.

Uno la meditazione, due l’amore, tre l’inferno.

Natura abhorret vacuo, la natura ha orrore del vuoto: questo è sicuramente vero nella comunicazione.

Non vi è persona tanto umile da non considerare la sua umiltà qualcosa di semplicemente grandioso.

La contemporaneità è un cammino di allontanamento: la filosofia prende congedo dai fondamenti, la poesia da metri e rime, la musica dalla tonalità. Un congedo che è insieme liberazione e smarrimento.

La solitudine è l’unico sollievo di chi avverte in tutta la sua vividezza l’umanità degli altri.

L’uomo che plaude ed inneggia schiude le porte all’abisso.

Il tempo è galantuomo, ma anche cialtrone.

Il vero amico si vede nel momento del bisogno, del suo bisogno, perché non te lo fa pesare.

Nell’autentica miseria ci si sazia anche di parole.

Finché c’è vita c’è probabilità.

Gli allarmi per l’avvento di nuove forme di paganesimo sono del tutto fuori luogo: la cultura pagana viveva di un profondissimo senso del limite.

L'uomo non è per natura un combattente; una poderosa architettura culturale ha dovuto essere costruita perché potesse affrontare in combattimento la morte.

Il senno di poi non differisce dal senno del prima, se non per la funzione di assolvere a buon mercato dissennati e presuntuosi.

Nessuno accetta di sentirsi dare dello stupido o dell’infelice; su tutto il resto, si può discutere.

Le principali radici del valore, nella cultura occidentale, cioè lealtà e coraggio, sono strettamente funzionali al valore bellico; se fosse possibile una civiltà che davvero ripudia la guerra, cercherebbe altrove i valori più profondi.

Sillogismo: il cane è il migliore amico dell’uomo, il cane detesta il viandante, dunque il viandante non è un uomo.

Il dono è ormai ridotto a rituale stanco, che si fa per convenzione molto più che per convinzione.

L'osceno ha la sua forma più propria nell'impudente sguardo rivolto alla coscienza altrui e nel disgustoso desiderio di colonizzarla.

Nella pornografia e nella tortura si rappresenta il sogno osceno del possesso totale dell'altro, ma, anche, il suo disperato fallimento, perché, alla fin fine, in entrambi i casi quel che si squaderna non è l'altro, ma solo la sua anatomia e le sue grida.

La sessuologia trova la sua ragion d'essere non tanto nella crisi del desiderio, quanto nella crisi del senso del ridicolo.

La sessualità è la perfetta assenza di forma: si attaglia quindi all’amore sublime tanto quanto all’atroce annullamento dell’altrui umanità.

Nella violenza sessuale, soprattutto sui minori, non c’è niente di propriamente sessuale, ma viene realizzato il più osceno progetto di lacerazione dell’anima di una persona.

Nel significato antico "provocazione" significava appello al confronto, sfida a farsi avanti sul terreno di una contesa; oggi significa offesa gratuita.

Il potere dell'apparenza domina incondizionato. Ci colpisce il dolore delle lacrime, come se il dolore senza lacrime non fosse mille volte più atroce.

Nel'evitare lo sguardo dell'altro ci trattiene non solo la paura di essere scoperti, ma anche quella di scoprire. Ma buona parte degli uomini è del tutto immune da questo, perché vede solo occhi.

Il vero culto dei morti in guerra dovrebbe ricordare non ciò che hanno fatto, ma ciò che sono stati. Ma questo sarebbe agghiacciante.

Viene talora sollevata la questione se la nostra sia una cultura di vita o di morte. Né l'una né l'altra cosa, probabilmente, piuttosto una cultura della contesa, della lotta, non più temperata dal profondo senso del limite della civiltà greca. Così stigmatizziamo ed anche vietiamo tutti i comportamenti che mettano a rischio la propria vita, ma li tolleriamo se sono la condizione per una qualche sfida rivolta ai propri limiti o ai limiti dell'umanità. Al motociclista va l'obbligo del casco, al solitario che si arrischia in imprese temerarie l'universale ammirazione.

Nella nostra presunzione ignorante consideriamo summa dell'ignoranza il Medio Evo, che fu un delle età più cerebrali della storia dell'Occidente.

La più puerile fra le illusioni puerili è credere che una miriade di piccole sicurezze ne facciano una grande.

La sicurezza è diventata un mito rassicurante grande tanto quanto il business che esso alimenta e da cui è alimentato. In realtà di nulla siamo davvero sicuri, se non dell'infantile bisogno che ci porta a raccogliere in una scatola magica le nostre mille piccole sicurezze.

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