Il pensiero a riposo - Massimo Dei Cas

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CREDERE E NON CREDERE

I profeti della secolarizzazione e della crisi del sacro trovano sempre maggiori smentite in un mondo nel quale fedi antiche e nuove, lungi dal ricevere colpi mortali dalla scienza, rivaleggiano con giovanile balzanza. L'unica fede che sembra aver ricevuto un colpo mortale è quella nella verità (nel potere liberante della verità).

Che Gesù sia il sacrificio perfetto gradito al Padre significa che fra uomini e Dio non vi può essere transazione, commercio, offerta, sacrificio, appunto, perché solo Dio può offrire Sè a Se stesso. Dio non si aspetta che diamo a Lui qualcosa, ma aspetta che andiamo a Lui.

Solo a Dio si addice il singolare.

Molti sono atei per scaramanzia o credenti per teatralità.

Il singolo uomo può essere redento, non l'umanità.

Divino è lo sguardo che non ferisce.

Profonda consolazione della fede è sentiersi sempre sotto lo sguardo di Dio, che annulla come luce immesa ogni altro sguardo.

Nel parlare con Dio gli evitiamo per lo più l'imbarazzo di doverci rispondere.

L'esperienza di Dio è, fra tutte, la più singolare. Chi avverte una tiepida fede la immagina come un possesso modesto ma sicuro, ed è certo che Dio se ne stia dietro una porta vicino alla propria dimora, alla quale, in virtù di questo lasciapassare, potrà facilmente e con felice esito bussare quanto sarà necessario. Chi si sente immerso nell'esperienza divina vive il profondissimo smarrimento di vedere la luce che si fa buio ed il buio che si fa luce.

L'invenzione del divino è servita per realizzare la massima distanza fra gli uomini che si sono posti nella sua prossimità e gli altri. Poi Dio ha rivelato la sua infinità ed infinita distanza, di fronte alla quale ciascun uomo è ugalmente distante da lui, ma gli uomini non l'hanno ascoltato.

Non ha senso chiedersi, in generale, se la scienza nuoccia o meno alla fede. Alcune scienze promettono di diventare grandi amiche della fede, prima fra tutte la fisica, che demolendo l'asslutezza del tempo apre le porte teoriche a dimensioni che non sono nel tempo. Diverso il discorso per la biologia: la vita può essere vista come meraviglioso miracolo, ma guardata con sguardo attento rivela un campionario di orrori che l'immaginazione a fatica insegue.

Destino è categoria pagana, destinazione cristiana.

Il peccato originale ci fa avvertire lo sguardo dell'altro come ferita. Cioè ci fa avvertire la nudità che siamo.

Gesù chiede di farsi piccoli per recuperare la fede infantile nell'indissolubile alleanza fra parole ed azioni.

Più elevato è il concetto di Dio, più basso si fa quello dell'uomo: se, infatti, la misericordia tenace dell'onnipotente non riesce ad avere ragione della malvagità dell'uomo, che cosa si deve pensare i questa malvagità?

Parliamo volentieri della beatitudine di Dio, dimenticando che il suo dolore non si è interamente consumato sulla croce, perché l'amore che non riesce a strappare l'uomo dall'abisso è inconsolabile dolore. Di un Dio beato e misericordioso sappiamo; di un Dio dolente ignoriamo.

Dio non firma deleghe in bianco. Non firma nessuna delega.

Nel Cristianesimo viene alla luce la più abissale delle concezioni del potere dell'uomo sull'uomo, il potere di decretare il destino di un uomo per l'eternità.

Quanta capacità di mentire a sé e di sé occorre per dirsi con sicurezza credenti o atei?

Nel parlare di Dio non pochi confondono il genitivo oggettivo con quello soggettivo.

Credere nella profonda solidarietà di parole e cose è tornare bambini; credere nella profonda solidarietà di parole e azioni è l'evangelico diventare bambini.

Ogni domanda è da Dio, ma non lo è ogni risposta.

Il credente crede contro ogni evidenza, l'ateo crede contro ogni speranza.

Non c'è fede senza un po' d misticismo, né misticismo senza spaesamento.

Non ci pare mai abbastanza la cenere da cospargere sul capo degli altri.

La speranza in una vita oltre la morte è fra le più ragionevoli, considerato che nessuno potrà mai vivere la sua delusione.

Non da singoli vengono gli autentici scandali per la fede, ma dalle comunità, e soprattutto da quelle che nascondono gli scandali dei singoli.

Cristo ha assunto su di sé il dolore umano, ma non tutto il dolore e forse non il dolore più atroce: egli infatti poté sempre sentirsi amato dal Padre.

Dio non è lento all'ira, ne è incapace: sopporta che lo diffamiamo, che ne facciamo caricature e che commettiamo ogni sorta di nefandezza in suo nome.

A voler considerare davvero quanta considerazione Dio abbia dell'uomo e della sua libertà, si capirebbe che la superbia umana non è priva delle sue buone ragioni.

Nessun singolo può dare veramente scandalo. Un'intera comunità che tace per timore dello scandalo dà invece potente scandalo.

Bisognerebbe soffermarsi almeno un po' sul pensiero che nella religione cattolica ad uomini è affidato il massimo potere pensabile, sciogliere e legare in terra per il cielo, cioè decidere della felicità eterna o dell'eterna dannazione di una persona. Difficile dire cosa ciò voglia dire.

Nel cammino che ci allontana dalla medietà quotidiana ogni paradiso richiama molti inferni ed ogni inferno molti paradisi. Per questo nella mistica non vi è luce che non possa convertirsi in tenebre, e viceversa.

Ciò che davvero scandalizza negli scandali è quanto viene fatto per tenerli nascosti.

Nel lessico religioso "smarrito" vale "peccatore". In realtà il vero smarrimento non è il peccato, ma il senso del peccato, che getta il core nel più profondo disorientamento, nel quale la voce di Dio diventa più udibile.

Grazia è o sguardo di Dio che ci toglie la memoria di quello degli uomini.

Temere e coprire gli scandali perché dannosi alla fede significa non credere in una fede maggiorenne. Cioè, non credere.

La modernità annuncia il suo distacco dalla tutela teologica con il progetto di organizzare la dimensione umana "sicuti Deus non daretur". La post-modernità dovrà misurarsi con il progetto di costruire un senso del vivere "sicuti nihil non daretur".

L'attaccamento alle cose ed al loro astratto precipitato, il denaro, è, propriamente, la disperazione, e la disperazione, non l'incredulità, è, propriamente, il contrario della fede.

Diabolico è saper trarre dagli altri il peggio di sé (di sé e degli altri).

Mistico è sentire che non esistono realtà più o meno belle, ma bellezze più o meno difficili da cogliere.

Diabolico è voler predare l'altrui interiorità (il diavolo è un cacciatore di anime).

Diabolica è la demolizione del pudore.

Sottile è l'abisso fra fede e non fede.

Un giorno qualcuno sceglierà e ci imporrà ciò che è bene per noi. Quel giorno nessun inferno ci farà più paura, perché già lo scontiamo. Quel giorno capiremo anche l'immensità di un Dio che ci lascia camminare sulle strade che abbiamo scelto.

Tanto poco verisimile quanto diffusa è l'immagine di Dio che, come una maestra che ha la necessità di assentarsi per un po', nomina alcuni capiclasse con il compito di segnare su una lavagna buoni e cattivi, per poi regolarsi sul loro giudizio al ritorno.

La fede non è l'antitesi del dubbio, anzi, di questo si alimenta, perché se davvero crediamo di avere di fronte la Parola di Dio, non possiamo non porci ogni volta l'interrogativo sulla correttezza del nostro modo di interpretarla. E c'è da aver paura di qui questo ha disimparato questo dubbio.

Afferma la teologia che il diavolo insidia le anime per fare un dispetto a Dio. Ma il dispetto a Dio è solo un sovrappiù: la brama demoniaca è in primis proprio quella di controllare, signoreggiare le anime. E questo vale sia per il demonio che per l'uomo. Empio o devoto che sia.

I teologi che affermano che l'inferno esiste ma è vuoto pensano forse che Dio abbiamo come consulente uno psicologo.

Conosciamo tanto poco la nostra fede quanto poco conosciamo noi stessi.

Le grandi fedi potranno diventare davvero artefici di pace quando assumeranno fino in fondo che la Dio vuole esercitare la sua signoria non su comportanti, corpi o istituzioni, ma sul cuore, ed è questo il senso della libertà conferita all'uomo.

Non giudicate se non volete essere giudicati vale, innanzitutto: non giudicate voi stessi.

L'ateismo viene presentato come "non credere", quindi come antitesi della fede, mentre è "credere che non", quindi una modalità della fede.

Il credente guarda con paura all'incredulo, come ad un malato che può diffondere il contagio; l'incredulo guarda con disprezzo al credente, come ad uno sciocco che si è acquistato a buon prezzo un'immeritata serenità; il disgusto del primo e l'invidia del secondo li accomunano in una profonda non verità.

Nel mistico tutto risplende della sua propria luce.

Il monito medice cura te ipsum (medico, cura te stesso) vale anche e soprattutto per i medici dell'anima.

La fede è anche credere che un giorno potremo davvero credere.

Non si dovrebbe sottovalutare che Gesù incontrò la sua passione non solo perché così stava scritto, ma anche perché rifiutò ogni appartenenza, a Zeloti, Farisei, Scribi, Sacerdoti, in nome dell'unica appartenenza al Padre. Non dovrebbe essere così anche per ogni vero seguace di Gesù?

La secolarizzazione non è la crisi della religione, ma della religione della trascendenza. Godono invece di ottima salute le religioni dell'immanenza. Un eccellente esempio è lo sport, con le sue liturgie, i suoi tempi e luoghi sacri, i suoi testimoni, le sue virtù, la sua salvezza e le sue sacre istituzioni. Come religione dell'immanenza lo sport aspira all'universalità della conversione, vuole per sé ogni attività fisica o anche solo agonistica.

La fede è credere che la verità non sia mai inopportuna.

Parrebbe presunzione ottusa la pretesa di dividere il mondo in buoni e cattivi; perché invece si pensa naturale dividerlo in credenti e non credenti, come se la fede fosse qualcosa di molto più perspicuo della bontà?

Più difficile fra le cose difficili è la fede, perché è legata al prestar fede al più infido fra tutti gli esseri, l’uomo.

Una Chiesa che invita a leggere ed interpretare i segni dei tempi diventa essa stessa un segno dei tempi.

Se Dio ti chiede di fidarti è perché ti ama; se te lo chiede un uomo è perché vuole essere un dio per te.

Non finisce mai di stupire con quanta sicumera si parli di Dio senza arrossire.

C’è qualcosa di indicibilmente mistico nel silenzio delle chiese vuote.

C'è chi crede per sentirsi amato, chi per sentirsi a posto, chi per sentirsi radicato in una comunità ed in una storia. E c'è chi crede perché nella notte assoluta scorge un lume.

Chi esalta il primato dell'amore mortifica quello della verità e dimentica che la questione decisiva è quale sia il vero amore.

Ci sono le certezze di fede e le certezze sulla fede, prima fra tutte che la fede è assolutamente inconciliabile con l’attaccamento a ricchezze e fama.

Se Dio è persona, può trovare interessante che qualcuno voglia anche litigare aspramente con lui, e non solo incessantemente lodarlo; se non lo è, non ha niente a che fare con noi.

Ci si lamenta della crisi della fede nel mondo contemporaneo, ma la fede è sempre stata cosa rarissima e quindi, in quanto tale, preziosissima.

Solo una fede incerta può temere la ragione; solo una ragione opaca può adombrarsi per la fede.

I teorici della comunicazione persuasiva hanno ben messo a fuoco la forza dell'effetto annuncio: annunciare che si farà qualcosa suscita consenso e plauso che solo in parte viene scalfito dal fatto che poi non lo si farà (perché la verifica non è sistematica). Qualcosa di analogo accade nell'immaginario di taluni credenti nel loro rapporto con Dio.

L'amore più profondo accetta di essere bersaglio del dolore, della frustrazione e del risentimento della persona amata. Così l'amore divino.

Le aspre vie della fede devono sormontare una triplice mediazione attraverso cui giunge a noi la Parola di Dio: la memoria di chi vide ed ascoltò, la rilevanza per cui solo piccolissima parte di quanto visto ed ascoltato è stato scritto, la tradizione per cui tutto ciò è giunto a noi.

Un vero credente come Cristo non può davvero temere la morte, ma la sofferenza sì.

C'è qualcosa di molto peggio che bestemmiare Dio, diffamarlo, affermando che possa essere l'artefice di una infelicità atroce ed eterna per chi se la merita, cosa che ben pochi anche fra gli uomini peggiori si sentirebbero di fare.

Sta scritto nel Vangelo che i veri seguaci di Cristo saranno perseguitati; per questo molti credenti, sentendosi perseguitati (o semplicemente presi di mira) sono convinti di essere veri seguaci di Cristo. Incorrono così non solo in un errore logico (se tutti i cigni sono bianchi, non ne consegue che tutte le cose bianche siano cigni), ma anche e soprattutto in un errore di fede (non si pongono mai davvero la domanda sul perché suscitino scandalo ed avversione).

Molti di coloro che detestano i Cristiani si sentono più o meno consapevolmente offesi dall'essere amati non per loro stessi, ma in nome di un Altro.

La fede servile si sente davvero realizzata quando esprime di Dio il concetto più basso.

Quanto si dice che nella fede non si deve ragionare si ragiona, almeno per un aspetto, sulla fede stessa.

Il credente che spia inquieto la fede di chi gli sta intorno teme in realtà di volgere lo sguardo a se stesso.

L’ultima tentazione di Dio: tornare alla solitudine che precede la creazione dell’uomo, perché nessun dolore è più lancinante dell’impotenza di fronte alla sofferenza di chi si ama (Dio può anche soffrire con, non però soffrire al posto di).

Se Dio non avesse voluto che ci ponessimo troppe domande ci avrebbe fatti come i cani, con un bel corredo di istinti per sopravvivere ed un profondo sentimento di dipendenza per amarlo.

Se davvero esistessero gli occhi della fede, guarderebbero con commiserazione i ricchi e con ammirazione i poveri, cosa che invece avviene ben di rado.

Avere poca fede significa oscillare fra averla e non averla.

Vi riconosceranno da come vi amerete, dice Gesù, non dal semplice fatto che vi amiate.

Il cammino della fede non segue una strada, ma il sottile filo di una corda, che espone alla caduta su un duplice lato, l'eccessiva confidenza nella bontà divina e l'eccessivo angoscia di chi avverte quanto sia profonda ed inestirpabile la adice del male.

Riporre la salvezza soprattutto nella fede semplifica molto la questione, perché chiama in gioco solo Dio; ben più difficile è l'amore, che chiama in gioco gli altri.

Non si può amare il proprio giudice, almeno fintantoché lo si percepisce come giudice. Per questo la fede è condannata ad un incessante movimento pendolare fra l’amore ed il timore, senza trovare il proprio ubi consistam.

Credere è assumere la certezza che Cristo è risorto, ma affermare, con San Paolo, che se così non fosse la fede sarebbe vana significa svilirla irreparabilmente.

C'è il radicato sospetto che del sesso si parli tanto più quanto meno lo si pratica; la stessa cosa vale probabilmente per l'amore e la fede.

La fede può essere debole, ma lo è molto di più, in genere, la fede nella fede, cioè la fiducia nella sua forza: il credente viene immaginato come fragile, quasi per definizione, esposto alla forza dirompente dello scandalo, come se la fede fosse, appunto, il più precario dei beni.

Gesù non voleva essere chiamato maestro; dopo di lui i Cristiani non disdegnarono il titolo di “signore”.

A chi non crede Pascal suggerisce di vivere come se credesse,far dire una Messa, pregare. Così la fede verrà. Ma, forse, così verrà solo meno la consapevolezza di una fede ridotta a simulazione.

Nell'atto del credere si legge il Vangelo come se fosse la prima volta.

Non appena un filosofo abbia accede all’aldilà, cerca subito di incontrare Adamo, per ascoltare il suo linguaggio.

È molto più facile credere che ricredersi.

Doppio pro-memoria per gli uomini di fede: ricordarsi che Gesù cacciò i mercanti dal tempio, ricordarsi che riattaccò l'orecchio di Malco. Contro una doppia tentazione: quella di concepire la fede come acquiescente alle potenze di questo mondo e quella di pensare che la fede debba armarsi di spada.

LApocalissa è il finale svelamento: "quidquid latet apparebit", tutto ciò che è nascosto verrà alla luce. Ed allora gli oppressi saranno felici perché appparirà l'immane dolore della loro oppressione, gli oppressori saranno felici perché si trovernno in buona e numerosa compagnia, oppressi ed oppressori di approssimeranno al Mistero pensando di incontrare lo sguardo di un giudice.

Se Dio vorrà salvarci, ci incontrerà faccia a faccia; se non lo vorrà, ci lascerà soli con l’inferno della nostra coscienza.

Da quando si è detto che per salvarsi bisogna avere fede si sono tranquillizzati coloro che nel fondo del cuore sono certi di poter avere tutto.
Parlando di fede si intende quella dell’uomo verso Dio. Si dimentica di stupirsi della fede di Dio verso l’uomo, dal momento che a questi è concesso di parlare  ed addirittura agire in suo nome.

Fra le qualità divine il primo posto spetta alla pazienza: l’infinita distanza dall’umano si misura infatti osservando come Dio si astenga dal tacitare la turba impudente che parla a suo nome, affermando anche le cose più distanti dalla divina natura.

La difficoltà della fede non è legata al credere che Dio esista, ma che nei Vangeli sia riportato proprio tutto e solo tutto ciò che è essenziale per scorgere il volto di Dio.

la fede nella fede non è credere in Dio, ma credere che l'uomo sia (stato) salvato.

La civiltà contemporanea è radicalmente anticristiana perché è civiltà dello sradicaento. la crisi della famiglia ne è solo un epifenomeno.

Se ha senso parlare dell'ira divina, si dovrebbe sospettare che questa sia scatenata innanzitutto da coloro che calpestano in se stessi la sua immagine, mortificando la propria intelligenza e banalizzando l'amore.

Da qualche parte sta scritto: “Domini sumus”, che può essere tradotto “siamo del Signore”, ma anche “siamo Signori”. Questa, come ogni altra ambiguità, getta un potente fascio di luce sulla condizione umana.

Molti lamentano che le categorie filosofiche abbiano adulterato il senso genuino dell’Evangelo cristiano; quanto più lo hanno sfigurato le categorie giuridiche romane!

Scandalosa in un sacerdote è più di ogni altra cosa l'acidità.

Tutti i peccati saranno rimessi, ma il peccato contro lo spirito non sarà mai rimesso: così il Vangelo. Nella tradizione teologica tale peccato è identificato nella “desperatio salutis”, cioè nel disperare di poter essere salvati. Direi piuttosto che si tratta della pura e semplice disperazione, che si manifesta nel radicamento nelle cose finite (tutt’altro che ara negli uomini di fede).

Si dice che Jan Huss, vedendo una vecchina portare un fascio di legna per alimentare il rogo che lo avrebbe consumato, abbia esclamato: “Sancta simplicitas!”. Avrebbe meritato il rogo per questa sola sciocchezza: in quel gesto non vi era nulla di santo, né di semplice.

Anselmo d’Aosta definisce Dio “id quo maius cogitari nequit", cioè “ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore”. In realtà Dio è molto più di questo.

Non dovrebbe essere irrilevante l'osservazione che Gesù Cristo perde le staffe di fronte a due cose: denaro ed ipocrisia.

Si dice che la scienza allontani dalla fede. In realtà la crescita esponenziale dei saperi scientifici costringe sempre più l’uomo a fidarsi di acquisizioni che richiederebbero strumenti teorici troppo complicati per essere davvero comprese.

Per una curiosa ambivalenza, nella fede si ritiene presunzione ed arroganza pensare di poter davvero meritare qualcosa davanti a Dio, e non si ritiene presunzione ed arroganza pensare di poter parlare quotidianamente di Dio a nome di Dio.

La ricerca della fede è spesso ricerca della fede altrui.

A chi credere è questione che sempre anticipa a cosa credere.

Se solo si trovasse un vero credente, le montagne si metterebbero in cammino per conoscerlo.

Per avvertire il pensiero di Dio che si posa su di noi come mano sulla spalla dobbiamo riuscire ad immaginare che non vi sia nessuno al mondo che pensi a noi, ed attraversare la notte di questo abissale silenzio.

Solo i discorsi su Dio godono del privilegio di poter toccare estremi logicamente incompatibili; così da una parte nessun teologo cesserebbe mai di rimarcare l’infinita distanza di Dio dall’uomo, dall’altra si afferma l’infinità prossimità che consentirebbe a (taluni) uomini di parlare in nome di Dio stesso.

Insistere ossessivamente sull'auscultazione interiore per cogliere la voce di Dio ci espone al rischio di confonderla con la voce dell'io.

L'altissimo valore spirituale della preghiera non implica che questa debba essere insistente: non la petulanza, ma l'accento accorato è una virtù del chiedere.

La morte bianca della verità si consuma quando questa viene ripetuta con tono cantilenante.

Molti cristiani fraintendono l'invito evangelico a tornare come bambini, e, come bambini, dicono volentieri di sì al padre con il recondito intento di fare comunque quel che desiderano.

La parabola del figliol prodigo è stata a ragione ribattezzata parabola del Padre buono, perché mostra l'infinita distanza fra Dio e l'uomo: mentre entrambi i fratelli, pur nella loro profonda differenza, ragionano nell'ottica dell'utile, il Padre cerca di usarla per suscitare in loro il sentore di qualcosa di totalmente altro, l'amore.

Non ha senso chiedersi in generale se la scienza nuoccia alla fede o la consolidi: la fisica ha spesso reso ottimi servigi alla sua causa della fede, la biologia ha costituito invece una pericolosa pietra d'inciampo (l'armonia del cosmo sembra molto lontana dall'orrore della vita).

Uno dei principi dell'Ermeneutica è che l'interprete può comprendere l'autore meglio di quanto questi abbia compreso se stesso. Molti ermeneuti della Parola di Dio hanno tutta l'aria di condividerlo interamente.

Un interrogativo da sollevare sempre di nuovo: ma cos'è davvero l'offesa a Dio? Offesa è lesione, diminutio, e Dio in nulla può subirla. Offesa può essere, invece, la sensibilità di chi crede. Ma se davvero la fede è l'evangelia pietra preziosa per la quale simo disposti a vendere ogni altro bene, come dovremmo sentirci se qualcuno la deridesse? Feriti? Piuttosto compatiremmo stupiti l'ottusa malevolenza di chi non ne coglie il valore incommensurabile.

Si attribuisce a S. Ignazio di Loyola la frase "non coherceri maximo, contineri tamen minimo divinum est", cioè "è proprio di Dio non essere limitati dalla realtà più grande, ma essere contenuti dalla più piccola". Questo luminoso assioma viene smentito dalla pratica degli uomini di fede che immaginano Dio circoscritto dalle proprie formule teologiche ma presente solo per immaginazione poetica nelle realtà più ignobili.

La crisi della fede ci riconduce ad un'arcaica credenza animistica: viviamo nella nostra immagine. Di qui l'imperativo dell'apparire e la crisi dell'etica (il bene è ben poco appariscente).

Questione: perché chi crede è così spesso refrattario ad un libero e franco confronto sul credere o non credere? Risposta (malevola): perché non crede.

"Non disperare, uno dei due ladroni fu salvato; non presumere, uno dei due ladroni fu dannato": così S. Agostino, che fa della pura sospensione l'essenza stessa della fede. Resta da capire come possa conciliarsi questa sospensione con la natura profonda dell'amore, che invece vive di confidenza.

E' molto più difficile credere nell'uomo che in Dio.

L'esclusione della pura onestà dalle virtù teologali e da quelle cardinali non la mortifica, anzi ne esalta la singolare eccellenza, come condizione di possibilità di tutte le altre.

Il credente teme nel miscredente una malattia di cui non riesce ad indovinare la natura; il miscredente detesta nel credente una felicità di cui non riesce ad immaginare il merito.

Fra i paradossi della fede, il più paradossale è il connubio fra timore ed amore.

La fede è il silenzio di fondo dell'esistenza, l'incredulità lo smarrimento di fronte a questo silenzio.

Un luogo comune molto diffuso è che l'obbendienza sia il più potente antidoto contro la superbia. A ben vedere vi è, però, una sottile ma profonda superbia anche nell'obbedire.

Dio parla agli uomini, ma non al cuore del singolo uomo, perché proprio della divinità è poter comunicare al di là dei limiti di ciascun linguaggio.

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