Il pensiero a riposo - Massimo Dei Cas

Bene e male Felicità Credere e non credere La condizione umana Intelligenza, scienza, conoscenza
Verità L'io Storia, politica e potere L'amore Parola e linguaggio
Filosofia Arte Scuola ed educazione Costume e scostume Virtù e vizi

PAROLA E LINGUAGGIO

Non ci disfiamo mai interamente, soprattutto nelle cose più serie, del bambino che siamo stati. Così la magia del linguaggio si conserva nel suo uso apotropaico, nella paura che abbiamo delle parole e del loro potere evocativo, nell’ingenua quanto irriflessa convinzione che le parole facciano le cose e che basti parlare di qualcosa ed inventare nuovi nomi per modificare o creare la realtà, nell’aspra contesa che si scatena per il possesso delle parole, in nome del loro vero significato, quando basterebbe coniarne di nuove, tante quante sono le accezioni sulle quali disputiamo.

Segno inequivocabile di potere è l'opacità della parola.

Le parole sono come i vestiti, abbiamo quasi sempre bisogno di indossarne qualcuno.

Le parole sono piccole ruffiane e cialtrone, ma non ci decidiamo mai a mandarle via.

A stare attenti alle parole si capisce molto del mutare dei tempi. Un tempo, per esempio, la bellezza era seducente. Ora è seduttiva.

Le parole hanno il potere di deformare grottescamente la realtà; si parla, ad esempio, di "contraddizioni" di fronte a bestialità e disumanità in un contesto sociale ed economico.

Affermare che la comunicazione di massa sia un dosaggio più o meno allettante di allarmi, pettegolezzi, volgarità e pour-parler può sembrare snobismo di cattiva lega, ma purtroppo non è lontano dal vero.

La parola è oggi, per noi, come l'aria ed il cibo. Ogni giorno avvertiamo l'insopprimibile bisogno di parlare (non di comunicare). Ogni giorno ci viene offerta la sterminata possibilità di parlare di parlare di tutto e tutti.

Ci sono due stili di comunicazione, quello in cui le cose da dire sono sempre un po' avanti rispetto alle parole e quello nel quale le cose da dire non arrivano mai.

L'infanzia ci abbandona quando comprendiamo che non esiste una sola parola per ogni cosa.

Dalla concezione superstiziosa del linguaggio deriva la convinzione, diffusissima, che nominare qualcosa significhi disimpegnarsene, o possederla, o collocarsi su un qualche piano di superiorità rispetto ad essa.

E' incredibile (cioè credibilissimo) quanto si usino a cuor leggero espressioni agghiaccianti. Per esempio: "una vita che merita di essere vissuta". E se una vita non meritasse di essere vissuta, quali conseguenze dovremmo trarne? (cioè: quali conseguenze qualcuno prima o poi trarrà?).

Inesauribile è l'invenzione di imbarazzanti parole per coprire dignitosi silenzi.

Siccome parliamo del mondo, non ci sembra di essere mondo (o in quel mondo).

La grammatica si rifiuta di accedere al disincanto radicale ed al nulla, il linguaggio conserva magicamente la presenza eterna di ogni cosa: quando diciamo che S non è più, diciamo insieme l’esistenza di S come soggetto di cui diciamo l’inesistenza.

Le parole sono talismani, tabù, fedeli compagne, ultimo sostegno quando vacilliamo sul baratro del nulla.

L'insincerità è molto più in ciò che non si dice piuttosto che in ciò che si dice.

Le parole, come le persone, vivono della propria reputazione, di consenso o di biasimo. Per questo le ricerchiamo, vogliamo farle nostre, o le rifuggiamo. Ed alla luce di questa reputazione pensiamo di poterle poi anche conoscere.

Scrivere è come truccarsi, cioè mostrare di sé un'immagine più bella, o anche solo più decente.

Ad una singolare pena sono condannati quanti non riescono ad esprimere una lode senza risultare, più o meno velatamente, offensivi.
Cialtrona più di ogni altra cosa è la lode: chi loda affetta alla deferenza, ma in realtà si pone come giudice.

Platone disse che la musica è tutta l'educazione, intendendo, forse, che consente di comprendere come l'accento non sia mai accidente, ma sostanza.

Parlare serve, innanzitutto, a rivestire la vergogna che siamo.

Se di una cosa si può parlare, esiste.

Paradosso del linguaggio è che realizza contemporaneamente un approccio ed una presa di distanza dalla realtà.

Si misura la prepotenza del male dal timore che incute. E si misura questo timore dal tabù linguistico che ci vieta di nominarlo. Così nelle più tragiche manifestazioni del male molto raramente sentiamo parlare di malvagità, molto spesso, invece, di follia. Che è tutt'altra cosa.

Secondo un famoso assioma aristotelico, la natura ha orrore del vuoto. La stessa cosa si può dire della comunicazione.

Raramente parliamo per farci capire; molto più spesso per farci notare ed apprezzare.

Le parole promettono di dire, ma la promessa molto spesso non viene onorata.

La parola è, innanzitutto, rassicurazione (magica).

L'uomo contemporaneo non è affascinato semplicemente dal parlare, ma dal parlare interminabilmente.

Molti discorsi appaiono come una promessa, sempre differita, di senso, un'anticamera del profondo che non introduce a nulla.

La parola tutto può suscitare, fuorché il sentimento (ma suscita, e molto vivida, l'impressione del sentimento).

Nessuna parola è innocente: con gli uomini sono state cacciate dal paradiso terrestre le loro parole.

Il non-detto che spesso decide del senso nella comunicazione è, molto più spesso che l’implicito, l’omesso.

Serietà è soppesare nelle parole l'eccesso che si affaccia sulla realtà.

Si afferma che lo scritto è più freddo a fronte del calore della parola parlata: in realtà è solo più onesto.

Dire pane al pane e vino al vino non è schiettezza, ma profonda solitudine, nella quale nasce il bisogno di parlare perfino alle cose.

L'ipertrofia narcisistica del linguaggio mette in crisi la distinzione fra testo e contesto, in quanto il contesto stesso viene trattato come testo.

Oggi il peso relativo di comunicazione e meta comunicazione è nettamente sbilanciato sul lato della seconda, per cui talora si perde letteralmente la nozione chiara o anche solo la notizia di ciò che è davvero all’origine della comunicazione.

Alcune parole, nella loro deriva, sono rivelatrici dello spirito dei nostri tempi. Così è per "riforma", che in origine significava "ritorno alla forma propria, all'origine", ora invece "mutamento progressivo della forma"; così anche per "rivoluzione", in origine "ritorno all'origine dopo un moto circolare", ora "eversione radicale dello stato di cose esistente". E' ciò che, forse, si riassume bene nel concetto di "sradicamento". Il tempo si è svincolato dal suo centro di gravitazione ed è proiettato in una direzione che, per nostra insipienza, chiamiamo "avanti".

Le parole sono spesso incomprese, specie nel loro sarcasmo. Così diciamo "realizzarsi", come se chi raggiunge un traguardo importante sia più reale di qualsivoglia altra persona.

Le parole fungono spesso da paravento della nostra ignoranza, rispetto alla quale ci traggono d'impaccio, come se funzionassero da cartelli che segnalano un "non plus ultra", non oltre, nella ricerca, nel pensiero.

Il linguaggio si concede le sue libertà, nella forma dell'involontaria ironia. Come quando si dice "Non perché è mio figlio, ma è davvero un ottimo ragazzo", ed a dirlo è un lestofante.

Alcune derive linguistiche sono semplicemente comiche; così mentre un tempo ci si figurava un tipo allettato come attratto da qualche bene invitante, oggi lo si pensa tristemente inchiodato da qualche malattia ad un letto.

Il crepuscolo del congiuntivo è segno dell'indebolimento della distinzione fra soggettivo ed oggettivo (o della sua rilevanza).

Dalla parola rivelativa alla parola sedativa si consuma la lunga e secolare marcia di allontanamento del linguaggio dalla verità.

Vale per la realtà ciò che si dice valga per il sesso: più se ne parla, meno la si pratica.

Ciò di cui diciamo "fermo restando" lo abbiamo in realtà già demolito. Non finisce mai di stupire la potenza dissimulatrice delle parole.

[Torna all'indice]

Copyright © 2017 Massimo Dei Cas