Il pensiero a riposo - Massimo Dei Cas

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SCUOLA ED EDUCAZIONE

Educare significa rendere sensibili al rilievo delle cose.

L'aspetto più desolante dell'apprendere senza capire (dal quale la scuola delle competenze, lungi dall'essersi liberata, è sempre più soffocata) non è che non si capisce ciò che si apprende, ma che non si capisce cosa voglia dire capire ciò che si apprende.

Il mito dell'onnipotenza pedagogia è fra i più nefasti: esso alimenta la convinzione che il successo nell'educazione e nell'insegnamento segue quasi ineluttabilmente alla correttezza degli strumenti e dei metodi. Si nega, così, la libertà umana e l'indeterminazione di fondo dell'umana natura. Ma soprattutto, si assume un atteggiamento di arrogante supponenza e di stupida sicumera, tratti alieni da un autentico educatore.

A scuola si parla ormai solo di apprendimento. Che l'insegnante sia anche educatore è quasi un orpello. Si tratta di un malinconico ripiegamento, dettato, forse, dal sempre maggiore senso di solitudine degli insegnanti.

La scuola oggi si propone di educare a stare nel mondo, ma dovrebbe di tanto in tanto ricordare che c'è da educare anche a stare al mondo.

Eclettismo è il nome serioso della saggezza pedagogica.

Nella pedagogia degli schemi c'è sempre un'acca di troppo.

I pardi antichi attendevano trepidanti il ritorno del figliol prodigo, quelli moderni attendono euforici l'avvento del figliol prodigio.

L'errore di fondo in cui incorre naturalmente ogni genitore è pensare di poter riempire la vita dei figli come questi riempiono la sua vita.

La crisi dell'educazione fa tutt'uno con la crisi di autorevolezza dell'adulto, non più contestato aspramente, quindi anche riconosciuto come avversario, ma ignorato o declassato a supporto emotivo ed economico.

Ogni genitore dovrebbe intuire che i bambini sanno cogliere molto bene le nostre aspettative, e credono che verranno amati per quel tanto che sapranno realizzarle. Spetta al genitore la pazienza di far loro capire che non è così.

Il passaggio dal rito inquisitorio a quello accusatorio viene salutato come conquista di civiltà: nel processo l'onere della prova grava sull'accusa, non più sulla difesa. Anche nella scuola si è verificato un mutamento di oneri: l'onere dell'interesse e della comprensione ricade ora più sul docente che sullo studente, nel senso che la mancanza di interesse e comprensione diventa più un problema del primo che del secondo. Ma qui è più dubbio se vi sia una conclamata conquista di civiltà.

Quel che nella scuola oggi si è perso è il progetto di saldare in unità complessive ed organiche gli apprendimenti, sempre più parcellizzati in una modularità frammentata in nome del primato delle competenze.

Nel tempo della cultura pret-a-porter la scuola ha già perso in partenza la sua corsa contro il tempo.

Nel tempo del dominio dei social i docenti faticano a comprendere che non hanno più di fronte singoli, ma realtà di gruppo con dinamiche imprevedibili e potenziate dalla velocità crescente di circolazione delle comunicazioni.

La diffusa convinzione educativa che sia naturale nell'adolescente la trasgressività è riuscita nell'incredibile impresa di togliere ogni trasgressività (e quindi buona parte del fascino) alla trasgressività.

Assumiamo che nei classici vi sia la radice della nostra cultura, ma quanto all'educazione abbiamo stravolto due principi che per gli antichi sarebbero parsi ovvi, cioè che non vi è apprendimento senza fatica (ed anche sofferenza) e che la plasmabilità della natura umana è legata ad un arco di tempo limitato. Per noi, invece, la fatica dell'apprendere è segno del fallimento del metodo scolastico e la possibilità di educare non ha limiti temporali.

La lotta del docente perché l'alunno impàri è sempre più ìmpari: un gioco di parole, sicuramente, il gioco della giustificazione dei docenti, forse, un gioco dei tempi, probabilmente.

Da qualche decennio la vulgata pedagogica afferma il primato degli obiettivi ieri, delle competenze oggi, rispetto ai contenuti, che debbobo rigorosamente essere in funzion di quelle. Questo primato annuncia che anche la pedagogia si è allineata all'imperio della concezione strumentale della conoscenza, per cui questa non ha ragion d'essere se non nel suo servire ad altro. La scuola, sempre in ritardo sullo spirito dei tempi, si è finalmente allineata ad esso ed ha interiorizzato il principio per cui la domanda di fondo non è cosa sia ciò che viene appreso, ma a che cosa serva.

Il vero scisma generazionale apprtiene all'oggi molto più che alla stagione della feroce contestazione giovanile, quando vi era sì conflitto, ma nel conflitto riconoscimento dell'avversario come riferimento polemico. Oggi, a pace fatta, l'adulto è invisibile agli occhi dei giovani.

Appartiene all'arte dell'essere genitori capire quando difendere i propri figli contro tutto e contro tutti li rende più forti e quando li distrugge.

Profonda arte educativa è rimanere inflessibili senza apparire insensibili.

Nessun docente è commestibile, ma molti sono cucinabili.

Si dice che la scuola debba essere vicina alla realtà, ma in molti aspetti se ne allontana palesemente. La valutazione, ad esempio: il processo di inflazione dei voti assegnati a scuola (per cui il vecchio "bravo! 7+" è ormai anacronistico) non ha intaccato i voti assegnati in altri ambiti (per esempio le pagelle calcistiche). Osservazione solo apparentemente banale.

Il principio di autorità a scuola si esprime nel cavillare su cose inessenziali.

Se l'occhio del padrone ingrassa il cavallo l'occhio insistito del pedagogista fa deperire i bambini.

L'educazione seria è una scommessa sui tempi lunghi e le vie lunghe, contro la ricorrente tentazione delle scorciatoie della paura, dell'imposizione, della complicità.

Ha senso parlare di civiltà delle immagini perché il sistema dei mass-media è una potente macchina di educazione (o maleducazione) dello sguardo, e struttura potenti attitudini a vedere e non vedere, osservare ed ignorare. Contro questo sistema educativo quello scolastico non può molto.

Il collasso della dimensione educativa è oggi segnalato dal fatto che i genitori assumono come modello i figli molto più di quanto i figli assumano i genitori.

Ogni società vuole la sua propria scuola. Ed il modello oggi egemone sembra delineare una macchina per fornire poche strumentalità di base funzionali alla specializzazione professionale. Sembra, cioè, formare capitale umano per la competizione globale, dove senso critico e pensiero sono poco più che un impaccio.

Una riflessione sensata sulla crisi del ruolo dell'insegnante non può essere disgiunta da quella sulla crisi del ruolo paterno.

Non vi è più nulla che educhi all’ineluttabile: forse la sola musica, quella presa sul serio. Per il resto vale il principio che ogni errore può essere recuperato e riscattato educativamente. Come in una favola.

Siamo passati dalla scuola della comprendere a quella dell'operare. A parole si afferma che la seconda presuppone la prima, ma nei fatti qursto è sempre meno vero.

La pedaogia è figlia della filosofia, e della madre ha preso il vizio dell presunzione, non il pregio dell'intelligenza.

Sarebbe profondamente educativo far comprendere che la fiducia degli altri nei nostri confronti non è un patrimonio che possiamo rivendicare tutto e subito, a priori, ma che dobbiamo guadagnare con pazienza.

Del panorama crepuscolare dell'educazione fa parte a pieno diritto la crisi del concetto di attenzione dovuta: oggi l'attenzione viene vissuta come una concessione, o comunque come qualcosa che deve sempre essere conquistato. Il che vale: se un insegnante non la ottiene, non la merita.

Nella figura del docente vien meno il valore del vivente deposito di conoscenze, dato che queste oggi sono rapidamente reperibili in archivi digitali.

Per i giovani oggi la vergogna non appartiene più allo sguardo dell'adulto, ma a quello dei pari.

La maleducazione è ormai un problema che ha fatto il suo tempo; è venuto il temmpo dell'ineducazione.

S. Agostino affermava che l'educazione autentica presuppone l'amore per l'educando. Il problema è che oggi di tale amore gli studenti non sanno che farsene, e preferiscono di gran luna la compiacenza.

Vecchia quanto il mondo e sempre valida è la distinzione fra cultura ed erudizione. Solo che se la seconda è facilmente definibile, la prima non si è mai capito bene cosa sia.

Difficile dire quanto e con quale convinzione abbia combattuto, ma è certo che la scuola si è arresa. Segno della resa incondizionata è la proliferazione grottesca del principio delle educazioni, che trasforma ogni problema di rilevanza sociale in una specifica necessità educativa. Come se ogni autentica educazione non trovasse il proprio terreno elettivo in un'intelligente sviluppo degli ambiti disciplinari.

Nelle polemica contro l'innaturalità della scuola viene chiamato in causa anche il sofisma di Gaudig, secondo il quale solo a scuola si è chiamati a rispondere ad una domanda posta da chi già sa la risposta. Sofisma non banale, perché l'alunno non dovrebbe essere chiamato a rispondere ad un docente, ma ad immaginare di spiegare qualcosa a chi non la sa, perché solo così avrebbe la consapevolezza della natura e dei limiti del proprio sapere.

Fra i termini più spesso ricorrenti nei discorsi pedagogici vi è quello di “disagio”, dimensione da attenuare o addirittura cancellare. Come se il disagio non fosse la cifra stessa dell’esistere. Vi fu un tempo dominato dalla pedagogia del disagio, dominata dall’equazione apprendimento=sofferenza; oggi la sapienza pedagogica vorrebbe assicurare il massimo agio nell’apprendere. Nessuna delle due epoche coglie nel segno (del resto l’insegnante, chiamato così forse perché un segno deve lasciare o nel segno deve cogliere, è assai poco all’altezza dell’etico della sua denominazione).

Singolare segno dei tempi è che l'imbarazzo dei figli per i propri genitori eguaglia quello dei genitori per i propri figli.

Il progetto di una società senza padri ha prodotto una società senza figli.

Nel famoso paradosso di Zenone Achille non raggiungerà mai la tartaruga; nel paradosso educativo dei nostri tempi la scuola non raggiunhgerà mai il suo tempo.

Disimparare è molto più difficile (ma anche prezioso) di imparare.

La crisi dell'educazione in quello che chiamiamo Occidente è probabilmente conseguenza del fatto che essa appare economicamente inutile, anzi dannosa: la diseducazione in genere giova al PIL.

I codici tradizionali del bon ton e del corretto comportamento stanno interamente saltando, principalmente perché il sistema della comunicazione di massa considera come prova ontologica della sua esistenza il potere concreto di rimodellare indefinitamente questi codici, rendendoli un linguaggio fluido e transeunte. Ciò complica non poco il compito dell'insegnante, indotto a rifugiarsi nell'agnosticismo remissivo.

Secondo un orientamento pedagogico l'educatore ideale dovrebbe amare l'educando; sarebbe però già molto che non lo odiasse di quell'odio più o meno consapevole che spesso chi è avanti negli anni riserva a chi si affaccia alla vita.

Viviamo nell'età della post-educazione: educare sembra avere sempre meno senso perché richiede molto tempo ed energie, è di dubbia utilità e soprattutto richiede riferimenti e valori che appaiono sempre più problematici. Molto più facile affidarsi alla consolante convinzione che comunque la vita fa il suo corso.

Con Internet va in crisi una bimillenaria immagine della cultura, quella legata a canoni imprescindibili. Nessuno si sente più ignorante per l'ignoranza di Brahms o dell'entropia, se conosce tutto o molto di qualcosa. A tutti è concessa pari dignità e cittadinanza nella repubblica del sapere, purché sappiano qualcosa di quel che c'è da sapere (cioè di quello di cui si dà pubblicità). La cultura polverizzata polverizza l'ignoranza.

Condizione di possibilità dell'educazione è l'autorevolezza degli adulti, ma questa, nella società del web, è in profonda crisi, perché tutti possono vedere che gli adulti sono quella cosa lì.

La proliferazione delle educazioni è l'effetto collaterale dell'eclisse dell'educazione.

Non vitae, sed scholae discimus, lamentava Seneca: di qui l'ampia letteratura che invoca una scuola non autoreferenziale, ma aperta alla vita. Dopo quasi due millenni siamo in una situazione forse anche peggiore di quella cui Seneca si riferisce, perché la distanza fra scuola e vita sembra abissale. La vita non protegge, con comprende e soprattutto non fa propri i problemi di nessuno.

Chi afferma che i giovani vadano educati al sentimento, contro lo strapotere delle emozioni, della superficialità e dell’effimero, trascura, superficialmente, che il sentimento, quando c’è, non può in alcun modo essere arginato o riplasmato, mentre quando non c’è non può essere dalle parole suscitato.

Dire che le nuove generazioni siano più superficiali, più cattive o più viziate non significa granché; sono, piuttosto, quasi del tutto prive dell’educazione ad accorgersi degli altri ed a rappresentarsi l’altrui sentire.

Per quanto si biasimi, a ragione, il pedagogese bisogna ammettere che talora sforna formule felici. Fra queste il "curricolo latente", ciò che a scuola si apprende oltre e più profondamente degli insegnamenti espliciti. Nel curricolo latente della scuola oggi paiono ben radicate due massime: l'esibizione (del disagio) paga e l'aiutino è diritto universale.

Cortesia e buone maniere hanno sempre funzionato come memento dell’esistenza degli altri in quanto altri. Oggi questo memento appare fuori tempo massimo, per cui l’esistenza dell’altro è spesso attestata dall’urto.

La pedanteria è il vizio insopprimibile dei giovani o dei giovani mai (o mal) cresciuti.

Come nessuno crede veramente alla propria morte, così nessuno crede veramente alla propria ignoranza.

La prima vittima della crisi educativa è l'umiltà: chiedere scusa diventa una felice eccezione.

Cosa fa la scuola: questa la domanda che si leva quando la cronaca evidenza una delle tante emergenze (che così si dovrebbero chiamare per il loro provvisorio emergere dal caotico mare delle dinamiche sociali, piuttosto che per la loro effettiva valenza). La scuola diventa quindi sempre più un contenitore che si accomoda ad accogliere tutta una serie di esigenze frutto non di un coerente progetto educativo, ma dell'accidentale pressione esterna delle più svariate agenzie.

Educare, si dice molto assennatamente, è saper dire dei no, saperli motivare e saper sanzionare la loro violazione; ma, soprattutto, è saper trovare in tutto ciò la giusta misura.

Sine ira puniendum, affermava la saggezza stoica, bisogna punire senza ira, perché della punizione si colga l’intrinseca ragion d’essere; il rischio è, però, che se ne colga solo l’agghiacciante crudeltà.

Fra le responsabilità della pedagogia vi è anche quella di alimentare la fallacia pedagogica, l’illusione che per modificare un comportamento o sensibilizzare le persone basti parlare: cioè che modifica, in meglio, la persona può essere l’esperienza o la testimonianza, oppure anche l’eco larvata che di ciò vive nella parola.

La beatitudine dell’insegnante è rivivere la gioia del comprendere.

E' più facile sapere che sapere di non sapere, e soprattutto essere convinti di non sapere.

Spesso si ha l'impressione che le cose apprese in fondo le si sapoesse già. E', questa, la forma più debole dell'apprendere.

Il curricolo latente è il più profondo: così a scuola si impara innanzitutto quanto contino le regole, quanto l'esibizione della debolezza, quanto la ruffianeria, ed altre simili cose.

E' tempo di astensione dal compito educativo: contro il suo fardello propongono obiezione di coscienza i genitori, e gli insegnanti non appaiono disposti a rimanere con il cerino in mano.

Si dice che l'ottenere tutto subito uccida nei ragazzi il desiderio, che vive proprio nello spazio che si apre fra l'aspirazione e la sua realizzazione. Questo vale anche per il desiderio di conoscere.

Saper dire "no" sarebbe già un grande passo in direzione dell'educazione, ma bisogna andar oltre, proponendo anche alternative ai "no".

Molti docenti sono innamorati della scuola fin dall'infanzia, e per questo non l'hanno mai voluta lasciare: innamorati innanzitutto dei suoi profumi, dei suoi rituali, delle sue buone cose antiche.

Un vecchio fantasma socratico percorre i miti educativi di tutte le epoche: che basti parlare delle cose per suscitare consapevolezza e quindi corretto comportamento. La forza della parola non è irrilevante, ma è in genere decisamente sopravvalutata. Quindi il lamento "perché non si parla a scuola di..." sollevato ad ogni emergere di un'emergenza esprime in fondo un rituale di rassicurazione collettiva.

La lode della diversità ha fatto breccia un po' in tutti i campi, e si tessono le lodi anche della biodiversità. Ma ciò che si ritiene prezioso per la melanzana, non lo si accetta per bambini e ragazzi: nella scuola resta il principio dell'unicità del metodo di insegnamento davvero efficace (che ovviamente non manca di metamorfizzarsi a seconda delle emergenze scientifiche del momento).

La crisi della virgola la crisi del pensiero espresso per iscritto.

Insegnamento è oggi nome dietro le cui mentite spoglie per lo più si cela un addestramento.

Il sapere senza capire genera presunzione.

Antichissimo è il lamento per una scuola che non prepara alla vita. Ad esso si aggiunge la più recente istanza di una scuola che sia essa stessa vita. Eppure mai come oggi la scuola appare lontanissima dalla vita e dal mondo. In quale altra dimensione dell'esistenza si trovano profuse tante energie per motivare chi prova noia, rendere ogni apprendimento, per quanto possibile, interessante, aiutare chi non riesce, capire chi non capisce e fargli capire quel che si è capito sul perché non capisce, creare un clima che promuove integrazione, accoglienza, benessere psico-fisico, promuovere una crescita della personalità che consenta ai ragazzi di star bene con se stessi e gli altri,... Fuori della scuola l'incanto si rompe. Ma non è facile capire cosa si dovrebbe proporre, a scuola, in alternativa a questo magico inganno.

Del bel titolo dell'opera di Bonhoeffer, "Resistenza e resa", gli insegnanti oggi possono far propria solo la resa, senza condizioni. Segno più chiaro di tale resa è rinunciare alla lotta contro il bouchet di educazioni di cui si vorrebbe infarcire la scuola, in nome della sacrosante osservazione che ciascuna educazione può venire davvero svolta nella trattazione intelligente dei programmi curricolari.

Nel secolo XIX la Pedagogia si è costituita come scienza, perdendo lo statuto di arte, di recta ratio factibilium. Nel cambio ha forse guadagnato in rigore, ma ha certo perso il profondo senso della fallibilità e fattibilità circoscritta entro limiti concreti che non possono essere inscritti in rigide categorie. Per farla breve, ci ha molto perso in buon senso, e gli stessi pedagogisti non si sono resi conto che molto dell'efficacia dei loro metodi era legato alla personalità di chi li poneva in atto, più che al metodo in sè. L'ironia della storia ha poi resentato il conto alla Pedagogia: la scienza dell'educazione, a rigore, non esiste più, si è dissolta nella costellazione delle scienze dell'educazione.

Vi è spesso una profonda e diseducativa ambiguità nei nuovi concetti pedagogici. Primo fra tutti quello di "contratto formativo", che presuppone una simmetria laddove non vi può che essere asimmetria, in omaggio alla retorica della negoziazione. Nella simmetria vien meno, infatti, l'elemento stesso dell'educazione.

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