Il pensiero a riposo - Massimo Dei Cas

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SCUOLA ED EDUCAZIONE

Educare significa rendere sensibili al rilievo delle cose.

Educare significa credere nel futuro, ma anche nel passato. E rendere questa doppia fede il sale del presente.

La cultura, a scuola e non solo, da fondamento è diventata problema.

L'educazione promuove il senso del limite solo se innanzitutto possiede in se stessa un profondo senso del limite, contro una forte tendenza a pensare che vi sia ovunque spazio per una qualche forma di educazione.

Educare non significa redimere, e solo entro certi limiti significa liberare. Educare è portare sulla soglia della libertà, e lasciare che ciascuno possa decidere liberamente se varcarla.

Stiamo perdendo la fede nell'educazione, cioè nella libertà.

Correggere è un atto educativo, correggersi è un esempio educativo.

Dalle sue gioie misuri il docente. C'è la gioia malevola e maligna della valutazione severa, della senzione, dell'umiliazione. C'è la gioia un po' vanesia del sentiersi un po' sempre giovani in un universo di giovani. C'è la gioia di capire sempre qualcosa di nuovo di ciò che si pensava di conoscere già a fondo. C'è la gioia di curare le persone che crescono. C'è la gioia di vederle crescere.

Per comprendere dobbiamo innanzitutto comprendere cosa significhi comprendere il che, anche a scuola, è uno scoglio preliminare spesso insormontabile.

Un tempo la scuola era contesto di scontro, ma anche di confronto fa generazioni. Oggi è, al più, luogo di convivenza un po' complice, un po' indifferente, di linguaggi e culture intraducibili.

Due definizioni (e, forse, due culture) della valutazione a confronto: da un lato, platonicamente, valutare è misurare la distanza da una perfezione paradigmatica, dall'altra, realisticamente, valutare è apprezzare la distanza da un'iniziale carenza.

La limitazione della libertà dell'educando dovrebbe essere giustificata solo per evitare che la sua libertà futura sia limitata. Questo è un principio, ma spesso diventa un pretesto.

Considerato che in Italia due coppie su tre scelgono il figlio unico, in prospettiva la figura dello zio è destinata a rarefarsi progressivamente. La scuola pone però a ciò rimedio, perché l'ultima metamorfosi del docente lo fa assomigliare sempre più ad una figura difficilmente classificabile (non propriamente amico, non propriamente genitore), ma avvicinabile, appunto, ad uno zio, burbero o bonario che sia.

Sindrome da accechiamento è il nome del male che affligge i docenti che mettono cuore ed energie in quel che fanno. Accerchiati da una burocrazia pleonastica, da aspettative sociali alimentare da vere o presunte emergenze, da genitori che tengono a bada i sensi di colpa verso i figli diventando a scuola novelli San Giorgio contro il drago, da enti ed istituzioni che trovano nella scuola un facile spazio per vetrine e promozione dell'immagine, da professionisti della diagnosi e della causa legale che vi trovano di che fatturare, dalla richiesta tanto ossessiva quanto vaga di una riconversione mentale e dal conseguente stillicidio di iniziative di formazione nelle quali si apprende in un tempo spropositato quanto si potrebbe apprendere assai più velocemente (e talora efficaciemente) da un banale audio-visivo, dagli alunni stessi che sempre meno tempo hanno da investire nello studio e provano il gioco della negoziazione senza fine. Se davvero si ha a cuore la sorte della scuola, ci si dovrebbe domandare che cosa possa venir fuori da tutto ciò. E c'è poco da essere ottimisti, considerato che nella sindrome da accerchiamento l'essere umano tira fuori le reazioni più irrazionali.

In una società pluralista in cui si afferma non solo la pluralità dei valori, ma anche quella della definizione di cultura, la scuola è destinata ad essere declassata a luogo di custodia ed addestramento ad una serie di pratiche e competenze dichiarate universalmente spendibili. Non a caso il concetto di credito vi ha assunto pieno e privilegiato diritto di cittadinanza.

Il convitato di pietra nell'universo scolastico è il sistema formazionistico, centrato su alcuni assiomi: ciascun insegnante è tenuto ad una formazione costante; tale formazione consiste nella partecipazione a corsi nei quali apprende in un certo tempo quel che attraverso canali differenti apprenderebbe nella metà della metà del tempo; in questi corsi gli viene chiesto di mettersi in gioco, il che significa accettare la regressione ad atteggiamenti remissivamente infantili e ludici; questo sistema assicura il costante perfezionamento della sua professionalità e, per accidens, dà anche un qualche contributo al PIL muovendo risorse economiche ad hoc.

La scuola di massa dovrebbe perseguire il grandioso progetto di confutare la più antica e tenace obiezione contro le democrazie, che, cioè, le masse non posseggono conoscenza e consapevolezza sufficiente per decidere davvero sulle questioni più importanti nella vita di un popolo.

L'orizzonte della pedagogia futura disegna l'ideale di una scuola che ponga ciascun alunno non solo in condizione di capire, ma anche di essere capito.

Fra la pedagogia della colpevolizzazione dei bambini, in voga fino a non moltissimi decenni fa, e quella della loro assoluzione integrale e dell'indulgenza plenaria, oggi dominante, ci dovrebbe pur essere una via di mezzo. Ma, come insegna Aristotele, il giusto mezzo non sta mai a metà fra gli estremi, ma, di volta in volta, un po' più in prossimità dell'uno o dell'altro, a seconda di tempi, circostanze, situazioni. Questo fa della pedagogia la più difficile delle arti e dell'educazione la più arrischiata delle imprese.

La crisi della punteggiatura è agonia della logica.

Nel nome, il destino, nella sua storpiatura, il triste destino: il tramonto del dignitoso "professore" ha lasciato il posto all'ammiccante e velatamente canzonatorio "proof" (con la "o" rigorosamente strascicata) o al nuovo sprezzante "professorone".

Dalla scuola dei buffi alla scuola dei buffi, ne è passata di acqua sotto i ponti. Un tempo c'erano i buffi, piccoli colpi sulla guancia, e c'era la scuola delle piccole punizioni corporali. Oggi ci sono i buffi, i docenti talora un po' patetici nell'essere paterni, ed i buffi (in romanesco: "debiti"), nel sistema dei debiti e dei crediti.

Chi si aggira fra le dense nebbie delle riflessioni pedagogiche ha l'impressione di potersi imbattere nel tempio che nasconde i tesori della sapienza educativa. Ma che questo tempio esista non è certo.

L'orgoglio dei genitori è una ferita che nei figli difficilmente si rimargina.

La pedagogia ha un'anima democratica e consente a tutti di avere l'impressione di dire qualcosa di intelligente.

Lo strabismo della cultura occidentale si manifesta con particolare evidenza nelle concezioni dell'infanzia, che oscillano dalla categoria dell'innocenza a quella della diabolicità. E' così difficile conservare il realismo dello sguardo, perché in quei bambini vediamo noi stessi.

Che la scuola sia ridotta oggi ad essere un uso non dissipativo del tempo parrebbe una diminutio, ma a ben vedere è una forte giustificazione della sua sopravvivenza.

Tramontato il tempo della cultura condivisa, si dispiega oggi l'universale diritto a definire cultura ciò che si intende come cultura, ed insieme la nuova guerra tribale per affermarlo.

L'ignoranza non è un diritto, e men che meno lo è la stupidità.

Vi fu un tempo felice per gli insegnanti nel quale vi era un'unica cultura, quella da loro insegnata. Oggi l'insegnante vive il disagio di dover affermare il significato di una cultura che si trova accerchiata da diverse altre culture, che hanno diversi contesti di apprendimento.

Per un ragazzo è molto netta la distinzione fra coetanei ed adulti: con i primi se hai un problema è un tuo problema, con i secondi è un loro problema.

L'educazione è il lungo cammino alla conquista del rispetto di sé. Spetta alla scuola instillare il senso del rispetto della propria intelligenza, che si sostanzia nel principio di non memorizzare mai nulla che non si sia compreso.

Nell'universo sociale un problema è attribuito ("è un tuo problema", appunto, si dice); nell'universo educativo un problema è condiviso.

Se, con l'acqua sporca del nozionismo, si butta via il bambino della cura del dettaglio si apre la strada, con l'illusione che così le cose diventino un po' più facili, ad una devastante faciloneria.

La fallacia pedagogica per eccellenza è credere che le porte della persuasione siano sempre aperte e che quindi vi sia un'universale recettività ai discorsi educativi. In realtà si aprono da un solo lato, e non è in potere di nessuno forzarle. Per questo alla potenza educativa fa più spesso riscontro l'impotenza educativa.

Una delle cause del disagio dei giovani è la capillare rete che si cerca di tessere intorno a loro per preservari da ogni disagio.

C'è chi intende l'educazione come salvezza, chi come repressione. In entrambi i casi si confonde l'educazione con la manipolazione.

Se esiste una vocazione all'insegnamento, questa si esprime nel gusto di spiegare a se stessi le cose, prima di spiegarle agli altri.

L'aspetto più desolante dell'apprendere senza capire (dal quale la scuola delle competenze, lungi dall'essersi liberata, è sempre più soffocata) non è che non si capisce ciò che si apprende, ma che non si capisce cosa voglia dire capire ciò che si apprende.

La scuola del futuro dovrà sempre più misurarsi sugli effetti deleteri dei sette vizi capitali di Internet e dei social: il crollo dell'attitudine all'attenzione ed alla concentrazione su qualcosa, il declassamento della cultura a sapere collezionato alla rinfusa nell'immenso buffet del web, l'ottundimento del senso critico per gli effetti delle echo chamber nelle quali ci infiliamo per udire solo il rimbombo delle voci di quanti la pensano come noi, l'imperativo categorico a vetrinizzare la propria esistenza sottoponendola alla tirannia dello sguardo dell'altro, la depressione dell'intelligenza empatica per la rarefazione delle interazioni faccia a faccia, il crollo dell'autorevolezza degli adulti agli occhi dei ragazzi, cui sono sbattute in faccia brutture che generano diffidenza e discredito, la scomparsa dell'infanzia, intesa come età protetta dalle molteplici dimensioni del turbamento, cui oggi ogni bambino finisce per essere ineluttabilmente esposto nello squallore e nell'orrore dei panorami del web.

Il mito dell'onnipotenza pedagogia è fra i più nefasti: esso alimenta la convinzione che il successo nell'educazione e nell'insegnamento segue quasi ineluttabilmente alla correttezza degli strumenti e dei metodi. Si nega, così, la libertà umana e l'indeterminazione di fondo dell'umana natura. Ma soprattutto, si assume un atteggiamento di arrogante supponenza e di stupida sicumera, tratti alieni da un autentico educatore.

La reazione di un alunno impreparato di fronte ad una domanda tratteggia diversi tipi umani. C'è chi si atteggia a ricevere un aiuto con volto lievemente implorante, che chi si fa immobile come un ramarro, c'è chi si adombra come per un torto ricevuto, c'è chi si butta in un'improbabile risposta confidando nella disattenzione più o meno vlontaria del docente, c'è chi ammette (in genere con tono lievemente accusatorio) di non saper rispondere.

Che la scuola sia diventata una sorta di caleidoscopio disordinato non pare essere una buona cosa, ma la storia insegna che è meglio questo che un cattivo ordine.

A scuola si parla ormai solo di apprendimento. Che l'insegnante sia anche educatore è quasi un orpello. Si tratta di un malinconico ripiegamento, dettato, forse, dal sempre maggiore senso di solitudine degli insegnanti.

La pedagogia condivide con le favole l'esigenza del lieto fine: il bene, alla fine, deve poter avere la meglio e nessuno può sottrarsi alla potenza educativa, se ben condotta ed esercitata.

La carta geografica della cultura era un tempo segnata da alcune coordinate ben definite: l'anatema contro la sciatteria, l'imperativo categorico della conoscenza di tutto ciò che era stato consacrato come classico, il compito di articolare discorso e pensiero, l'impresa di cogliere nessi e relazioni. Oggi tutto ciò si sfalda senza fragore.

Quando si insegna davvero il primo effetto è quello di chiarire meglio innanzitutto a se stessi quello che si è spiegato.

La scuola oggi si propone di educare a stare nel mondo, ma dovrebbe di tanto in tanto ricordare che c'è da educare anche a stare al mondo.

Eclettismo è il nome serioso della saggezza pedagogica.

Più terribile delle bibliche piaghe d'Egitto è la faciloneria.

Per molti pedadogisti la rigenerazione dell'educazione coincide con il ritorno alla natura. Principio disastroso, se solo consideriamo di quanta indifferente crudeltà proprio la natura sia matrice.

Si chiedeva un tempo agli insegnanti di conoscere perfettamente la loro materia, poi venne il tempo in cui si disse che non basta sapere, ma bisogna saper insegnare e valutare. Ci volle poco perché si chiedesse loro anche di saper comprendere gli alunni, ed è venuto ora il tempo in cui l'insegnante deve farsi salvatore di bambini e ragazzi. Questa semidivinizzazione della sua figura in genere non lo lusinga.

Nella pedagogia degli schemi c'è sempre un'acca di troppo.

I pardi antichi attendevano trepidanti il ritorno del figliol prodigo, quelli moderni attendono euforici l'avvento del figliol prodigio.

L'errore di fondo in cui incorre naturalmente ogni genitore è pensare di poter riempire la vita dei figli come questi riempiono la sua vita.

La crisi dell'educazione fa tutt'uno con la crisi di autorevolezza dell'adulto, non più contestato aspramente, quindi anche riconosciuto come avversario, ma ignorato o declassato a supporto emotivo ed economico.

Ogni genitore dovrebbe intuire che i bambini sanno cogliere molto bene le nostre aspettative, e credono che verranno amati per quel tanto che sapranno realizzarle. Spetta al genitore la pazienza di far loro capire che non è così.

Il passaggio dal rito inquisitorio a quello accusatorio viene salutato come conquista di civiltà: nel processo l'onere della prova grava sull'accusa, non più sulla difesa. Anche nella scuola si è verificato un mutamento di oneri: l'onere dell'interesse e della comprensione ricade ora più sul docente che sullo studente, nel senso che la mancanza di interesse e comprensione diventa più un problema del primo che del secondo. Ma qui è più dubbio se vi sia una conclamata conquista di civiltà.

Quel che nella scuola oggi si è perso è il progetto di saldare in unità complessive ed organiche gli apprendimenti, sempre più parcellizzati in una modularità frammentata in nome del primato delle competenze.

Nel tempo della cultura pret-a-porter la scuola ha già perso in partenza la sua corsa contro il tempo.

Si è definita classicità ciò che vale sempre; la si definisce oggi ciò che vale per la tribù dei classicisti.

Voler mettere ordine nella scuola è una delle manifestazioni più perentorie della volontà di potenza, e quando ci si riesce si rischia di dover rimpiangere il perso disordine.

Gli esaltatori dell'interesse come principio di ogni apprendimento efficace dimenticano che dietro tale termine si nascondono cose assai diverse, perché altro è l'interesse immediato, estemporaneo ed epidermico, altro è l'interesse di ciò che diventa interessante. L'interesse è più conquista che punto di partenza.

Nel tempo del dominio dei social i docenti faticano a comprendere che non hanno più di fronte singoli, ma realtà di gruppo con dinamiche imprevedibili e potenziate dalla velocità crescente di circolazione delle comunicazioni.

La diffusa convinzione educativa che sia naturale nell'adolescente la trasgressività è riuscita nell'incredibile impresa di togliere ogni trasgressività (e quindi buona parte del fascino) alla trasgressività.

Assumiamo che nei classici vi sia la radice della nostra cultura, ma quanto all'educazione abbiamo stravolto due principi che per gli antichi sarebbero parsi ovvi, cioè che non vi è apprendimento senza fatica (ed anche sofferenza) e che la plasmabilità della natura umana è legata ad un arco di tempo limitato. Per noi, invece, la fatica dell'apprendere è segno del fallimento del metodo scolastico e la possibilità di educare non ha limiti temporali.

La lotta del docente perché l'alunno impàri è sempre più ìmpari: un gioco di parole, sicuramente, il gioco della giustificazione dei docenti, forse, un gioco dei tempi, probabilmente.

Da qualche decennio la vulgata pedagogica afferma il primato degli obiettivi ieri, delle competenze oggi, rispetto ai contenuti, che debbobo rigorosamente essere in funzion di quelle. Questo primato annuncia che anche la pedagogia si è allineata all'imperio della concezione strumentale della conoscenza, per cui questa non ha ragion d'essere se non nel suo servire ad altro. La scuola, sempre in ritardo sullo spirito dei tempi, si è finalmente allineata ad esso ed ha interiorizzato il principio per cui la domanda di fondo non è cosa sia ciò che viene appreso, ma a che cosa serva.

Il vero scisma generazionale apprtiene all'oggi molto più che alla stagione della feroce contestazione giovanile, quando vi era sì conflitto, ma nel conflitto riconoscimento dell'avversario come riferimento polemico. Oggi, a pace fatta, l'adulto è invisibile agli occhi dei giovani.

Appartiene all'arte dell'essere genitori capire quando difendere i propri figli contro tutto e contro tutti li rende più forti e quando li distrugge.

Profonda arte educativa è rimanere inflessibili senza apparire insensibili.

Nessun docente è commestibile, ma molti sono cucinabili.

Un tempo la punizione era indissolubilmente legata all'educazione, oggi ne viene considerata l'antitesi. Più saggiamente la si dovrebbe considerare semplicemente un'opportunità che può diventare rischio.

Si dice che la scuola debba essere vicina alla realtà, ma in molti aspetti se ne allontana palesemente. La valutazione, ad esempio: il processo di inflazione dei voti assegnati a scuola (per cui il vecchio "bravo! 7+" è ormai anacronistico) non ha intaccato i voti assegnati in altri ambiti (per esempio le pagelle calcistiche). Osservazione solo apparentemente banale.

Il principio di autorità a scuola si esprime nel cavillare su cose inessenziali.

Esistono poche convinzioni filosofiche che meritano di essere scritte sulla pietra del per sempre: una di queste è sicuramente la socratica battaglia contro l'ignoranza inconsapevole di sé, fonte dei più gravi in quanto irreparabili danni, soprattutto a scuola.

Se l'occhio del padrone ingrassa il cavallo l'occhio insistito del pedagogista fa deperire i bambini.

L'educazione seria è una scommessa sui tempi lunghi e le vie lunghe, contro la ricorrente tentazione delle scorciatoie della paura, dell'imposizione, della complicità.

Ha senso parlare di civiltà delle immagini perché il sistema dei mass-media è una potente macchina di educazione (o maleducazione) dello sguardo, e struttura potenti attitudini a vedere e non vedere, osservare ed ignorare. Contro questo sistema educativo quello scolastico non può molto.

Il collasso della dimensione educativa è oggi segnalato dal fatto che i genitori assumono come modello i figli molto più di quanto i figli assumano i genitori.

Dalla concezione della libertà come conquista siamo scivolati in quella della libertà come ovvietà, come l'aria nella quale ci muoviamo da sempre.

Ogni società vuole la sua propria scuola. Ed il modello oggi egemone sembra delineare una macchina per fornire poche strumentalità di base funzionali alla specializzazione professionale. Sembra, cioè, formare capitale umano per la competizione globale, dove senso critico e pensiero sono poco più che un impaccio.

Una riflessione sensata sulla crisi del ruolo dell'insegnante non può essere disgiunta da quella sulla crisi del ruolo paterno.

Non vi è più nulla che educhi all’ineluttabile: forse la sola musica, quella presa sul serio. Per il resto vale il principio che ogni errore può essere recuperato e riscattato educativamente. Come in una favola.

Siamo passati dalla scuola della comprendere a quella dell'operare. A parole si afferma che la seconda presuppone la prima, ma nei fatti qursto è sempre meno vero.

La pedagogia è figlia della filosofia, e della madre ha preso il vizio dell presunzione, non il pregio dell'intelligenza.

Educare è consegnare ciascuno alla propria libertà.

Una distorsione tipica della contemporaneità è considerare le intenzioni decisive per la valutazione di un'azione, perdendo interamente il correlato oggettivo, cioè quello che oggettivamente facciamo, ed ancor più l'oggettività latente, cioè quello che facciamo al di là di quello che si mostra ai nostri occhi.

Sarebbe profondamente educativo far comprendere che la fiducia degli altri nei nostri confronti non è un patrimonio che possiamo rivendicare tutto e subito, a priori, ma che dobbiamo guadagnare con pazienza.

Del panorama crepuscolare dell'educazione fa parte a pieno diritto la crisi del concetto di attenzione dovuta: oggi l'attenzione viene vissuta come una concessione, o comunque come qualcosa che deve sempre essere conquistato. Il che vale: se un insegnante non la ottiene, non la merita.

Nella figura del docente vien meno il valore del vivente deposito di conoscenze, dato che queste oggi sono rapidamente reperibili in archivi digitali.

Si può punire per malevolenza, per principio, per opportunità o per saggezza. In ogni caso, l'arte di punire è la più difficile ed insieme preziosa e pericolosa.

Per i giovani oggi la vergogna non appartiene più allo sguardo dell'adulto, ma a quello dei pari.

La maleducazione è ormai un problema che ha fatto il suo tempo; è venuto il temmpo dell'ineducazione.

S. Agostino affermava che l'educazione autentica presuppone l'amore per l'educando. Il problema è che oggi di tale amore gli studenti non sanno che farsene, e preferiscono di gran luna la compiacenza.

Vecchia quanto il mondo e sempre valida è la distinzione fra cultura ed erudizione. Solo che se la seconda è facilmente definibile, la prima non si è mai capito bene cosa sia.

Difficile dire quanto e con quale convinzione abbia combattuto, ma è certo che la scuola si è arresa. Segno della resa incondizionata è la proliferazione grottesca del principio delle educazioni, che trasforma ogni problema di rilevanza sociale in una specifica necessità educativa. Come se ogni autentica educazione non trovasse il proprio terreno elettivo in un'intelligente sviluppo degli ambiti disciplinari.

Nelle polemica contro l'innaturalità della scuola viene chiamato in causa anche il sofisma di Gaudig, secondo il quale solo a scuola si è chiamati a rispondere ad una domanda posta da chi già sa la risposta. Sofisma non banale, perché l'alunno non dovrebbe essere chiamato a rispondere ad un docente, ma ad immaginare di spiegare qualcosa a chi non la sa, perché solo così avrebbe la consapevolezza della natura e dei limiti del proprio sapere.

Fra i termini più spesso ricorrenti nei discorsi pedagogici vi è quello di “disagio”, dimensione da attenuare o addirittura cancellare. Come se il disagio non fosse la cifra stessa dell’esistere. Vi fu un tempo dominato dalla pedagogia del disagio, dominata dall’equazione apprendimento=sofferenza; oggi la sapienza pedagogica vorrebbe assicurare il massimo agio nell’apprendere. Nessuna delle due epoche coglie nel segno (del resto l’insegnante, chiamato così forse perché un segno deve lasciare o nel segno deve cogliere, è assai poco all’altezza dell’etico della sua denominazione).

Singolare segno dei tempi è che l'imbarazzo dei figli per i propri genitori eguaglia quello dei genitori per i propri figli.

Il progetto di una società senza padri ha prodotto una società senza figli.

Nel famoso paradosso di Zenone Achille non raggiungerà mai la tartaruga; nel paradosso educativo dei nostri tempi la scuola non raggiunhgerà mai il suo tempo.

Disimparare è molto più difficile (ma anche prezioso) che imparare.

La vocazione pedagogica a sfornare neologismi è apparente forza e debolezza reale, come lo è la vocazione della repubblica scolastica ad assumerli come slogan del momento.

La crisi dell'educazione in quello che chiamiamo Occidente è probabilmente conseguenza del fatto che essa appare economicamente inutile, anzi dannosa: la diseducazione in genere giova al PIL.

I codici tradizionali del bon ton e del corretto comportamento stanno interamente saltando, principalmente perché il sistema della comunicazione di massa considera come prova ontologica della sua esistenza il potere concreto di rimodellare indefinitamente questi codici, rendendoli un linguaggio fluido e transeunte. Ciò complica non poco il compito dell'insegnante, indotto a rifugiarsi nell'agnosticismo remissivo.

Secondo un orientamento pedagogico l'educatore ideale dovrebbe amare l'educando; sarebbe però già molto che non lo odiasse di quell'odio più o meno consapevole che spesso chi è avanti negli anni riserva a chi si affaccia alla vita.

Viviamo nell'età della post-educazione: educare sembra avere sempre meno senso perché richiede molto tempo ed energie, è di dubbia utilità e soprattutto richiede riferimenti e valori che appaiono sempre più problematici. Molto più facile affidarsi alla consolante convinzione che comunque la vita fa il suo corso.

Con Internet va in crisi una bimillenaria immagine della cultura, quella legata a canoni imprescindibili. Nessuno si sente più ignorante per l'ignoranza di Brahms o dell'entropia, se conosce tutto o molto di qualcosa. A tutti è concessa pari dignità e cittadinanza nella repubblica del sapere, purché sappiano qualcosa di quel che c'è da sapere (cioè di quello di cui si dà pubblicità). La cultura polverizzata polverizza l'ignoranza.

Condizione di possibilità dell'educazione è l'autorevolezza degli adulti, ma questa, nella società del web, è in profonda crisi, perché tutti possono vedere che gli adulti sono quella cosa lì.

La proliferazione delle educazioni è l'effetto collaterale dell'eclisse dell'educazione.

Non vitae, sed scholae discimus, lamentava Seneca: di qui l'ampia letteratura che invoca una scuola non autoreferenziale, ma aperta alla vita. Dopo quasi due millenni siamo in una situazione forse anche peggiore di quella cui Seneca si riferisce, perché la distanza fra scuola e vita sembra abissale. La vita non protegge, con comprende e soprattutto non fa propri i problemi di nessuno.

Chi afferma che i giovani vadano educati al sentimento, contro lo strapotere delle emozioni, della superficialità e dell’effimero, trascura, superficialmente, che il sentimento, quando c’è, non può in alcun modo essere arginato o riplasmato, mentre quando non c’è non può essere dalle parole suscitato.

Dire che le nuove generazioni siano più superficiali, più cattive o più viziate non significa granché; sono, piuttosto, quasi del tutto prive dell’educazione ad accorgersi degli altri ed a rappresentarsi l’altrui sentire.

Per quanto si biasimi, a ragione, il pedagogese bisogna ammettere che talora sforna formule felici. Fra queste il "curricolo latente", ciò che a scuola si apprende oltre e più profondamente degli insegnamenti espliciti. Nel curricolo latente della scuola oggi paiono ben radicate due massime: l'esibizione (del disagio) paga e l'aiutino è diritto universale.

Cortesia e buone maniere hanno sempre funzionato come memento dell’esistenza degli altri in quanto altri. Oggi questo memento appare fuori tempo massimo, per cui l’esistenza dell’altro è spesso attestata dall’urto.

La pedanteria è il vizio insopprimibile dei giovani o dei giovani mai (o mal) cresciuti.

Come nessuno crede veramente alla propria morte, così nessuno crede veramente alla propria ignoranza.

La prima vittima della crisi educativa è l'umiltà: chiedere scusa diventa una felice eccezione.

Cosa fa la scuola: questa la domanda che si leva quando la cronaca evidenza una delle tante emergenze (che così si dovrebbero chiamare per il loro provvisorio emergere dal caotico mare delle dinamiche sociali, piuttosto che per la loro effettiva valenza). La scuola diventa quindi sempre più un contenitore che si accomoda ad accogliere tutta una serie di esigenze frutto non di un coerente progetto educativo, ma dell'accidentale pressione esterna delle più svariate agenzie.

Educare, si dice molto assennatamente, è saper dire dei no, saperli motivare e saper sanzionare la loro violazione; ma, soprattutto, è saper trovare in tutto ciò la giusta misura.

Sine ira puniendum, affermava la saggezza stoica, bisogna punire senza ira, perché della punizione si colga l’intrinseca ragion d’essere; il rischio è, però, che se ne colga solo l’agghiacciante crudeltà.

Fra le responsabilità della pedagogia vi è anche quella di alimentare la fallacia pedagogica, l’illusione che per modificare un comportamento o sensibilizzare le persone basti parlare: cioè che modifica, in meglio, la persona può essere l’esperienza o la testimonianza, oppure anche l’eco larvata che di ciò vive nella parola.

La beatitudine dell’insegnante è rivivere la gioia del comprendere.

E' più facile sapere che sapere di non sapere, e soprattutto essere convinti di non sapere.

Spesso si ha l'impressione che le cose apprese in fondo le si sapoesse già. E', questa, la forma più debole dell'apprendere.

Il curricolo latente è il più profondo: così a scuola si impara innanzitutto quanto contino le regole, quanto l'esibizione della debolezza, quanto la ruffianeria, ed altre simili cose.

E' tempo di astensione dal compito educativo: contro il suo fardello propongono obiezione di coscienza i genitori, e gli insegnanti non appaiono disposti a rimanere con il cerino in mano.

Si dice che l'ottenere tutto subito uccida nei ragazzi il desiderio, che vive proprio nello spazio che si apre fra l'aspirazione e la sua realizzazione. Questo vale anche per il desiderio di conoscere.

Saper dire "no" sarebbe già un grande passo in direzione dell'educazione, ma bisogna andar oltre, proponendo anche alternative ai "no".

Molti docenti sono innamorati della scuola fin dall'infanzia, e per questo non l'hanno mai voluta lasciare: innamorati innanzitutto dei suoi profumi, dei suoi rituali, delle sue buone cose antiche.

Un vecchio fantasma socratico percorre i miti educativi di tutte le epoche: che basti parlare delle cose per suscitare consapevolezza e quindi corretto comportamento. La forza della parola non è irrilevante, ma è in genere decisamente sopravvalutata. Quindi il lamento "perché non si parla a scuola di..." sollevato ad ogni emergere di un'emergenza esprime in fondo un rituale di rassicurazione collettiva.

La lode della diversità ha fatto breccia un po' in tutti i campi, e si tessono le lodi anche della biodiversità. Ma ciò che si ritiene prezioso per la melanzana, non lo si accetta per bambini e ragazzi: nella scuola resta il principio dell'unicità del metodo di insegnamento davvero efficace (che ovviamente non manca di metamorfizzarsi a seconda delle emergenze scientifiche del momento).

La crisi della virgola la crisi del pensiero espresso per iscritto.

Insegnamento è oggi nome dietro le cui mentite spoglie per lo più si cela un addestramento.

Il sapere senza capire genera presunzione.

Antichissimo è il lamento per una scuola che non prepara alla vita. Ad esso si aggiunge la più recente istanza di una scuola che sia essa stessa vita. Eppure mai come oggi la scuola appare lontanissima dalla vita e dal mondo. In quale altra dimensione dell'esistenza si trovano profuse tante energie per motivare chi prova noia, rendere ogni apprendimento, per quanto possibile, interessante, aiutare chi non riesce, capire chi non capisce e fargli capire quel che si è capito sul perché non capisce, creare un clima che promuove integrazione, accoglienza, benessere psico-fisico, promuovere una crescita della personalità che consenta ai ragazzi di star bene con se stessi e gli altri,... Fuori della scuola l'incanto si rompe. Ma non è facile capire cosa si dovrebbe proporre, a scuola, in alternativa a questo magico inganno.

Del bel titolo dell'opera di Bonhoeffer, "Resistenza e resa", gli insegnanti oggi possono far propria solo la resa, senza condizioni. Segno più chiaro di tale resa è rinunciare alla lotta contro il bouchet di educazioni di cui si vorrebbe infarcire la scuola, in nome della sacrosante osservazione che ciascuna educazione può venire davvero svolta nella trattazione intelligente dei programmi curricolari.

Nel secolo XIX la Pedagogia si è costituita come scienza, perdendo lo statuto di arte, di recta ratio factibilium. Nel cambio ha forse guadagnato in rigore, ma ha certo perso il profondo senso della fallibilità e fattibilità circoscritta entro limiti concreti che non possono essere inscritti in rigide categorie. Per farla breve, ci ha molto perso in buon senso, e gli stessi pedagogisti non si sono resi conto che molto dell'efficacia dei loro metodi era legato alla personalità di chi li poneva in atto, più che al metodo in sè. L'ironia della storia ha poi resentato il conto alla Pedagogia: la scienza dell'educazione, a rigore, non esiste più, si è dissolta nella costellazione delle scienze dell'educazione.

Vi è spesso una profonda e diseducativa ambiguità nei nuovi concetti pedagogici. Primo fra tutti quello di "contratto formativo", che presuppone una simmetria laddove non vi può che essere asimmetria, in omaggio alla retorica della negoziazione. Nella simmetria vien meno, infatti, l'elemento stesso dell'educazione.

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